La pandemia e la finta mosca nel cesso

Una finta mosca disegnata nel mezzo di un orinatoio attira lo sguardo di chi sta orinando, l’attenzione percettiva è catturata, l’uomo è inconsciamente spinto a centrarla. Il risultato è che nel giro di poco tempo i bagni dell’aeroporto di Amsterdam diventano molto più puliti. Non c’è stato bisogno di cartelli, moniti o richiami etici, il più delle volte inefficaci; è bastato condizionare il comportamento con la presenza di un agente esterno.

Si tratta di uno degli esempi più famosi del nudging, una teoria figlia della psicologia comportamentale, sempre più in voga per condizionare a fin di bene i comportamenti collettivi. Nata nell’ambito del marketing, da una decina d’anni la teoria del nudge ha iniziato a essere impiegata in campo politico, passando dall’influenzare la spesa del consumatore al far spendere all’individuo in maniera giusta le sue azioni. 

Giunte locali e governi nazionali se ne avvalgono per deviare in maniera virtuosa i comportamenti nocivi degli individui e delle masse. Si va dal rispetto del codice della strada all’adozione di corrette scelte alimentari o ambientali. Tradotto: se non sei capace da solo di compiere scelte giuste per te e per gli altri, ci pensiamo noi. Il fine giustifica i mezzi insomma. Un dolce paternalismo libertario che ha come fine il bene.  

I mezzi invece risalgono alle prime scoperte, vecchie di un secolo, fatte dal comportamentismo. Una corrente della psicologia che, a partire da esperimenti su topi, cani e scimmie, arrivò a dimostrare quanto il comportamento umano fosse condizionabile attraverso la manipolazione dello spazio e degli eventi esterni. Oggi questi studi prendono il nome altisonante di architettura della scelta e sono diventati fondamentali nella speranza di disciplinare il comportamento di miliardi di individui, voraci consumatori, dissoluti inquinatori ed egoici autolesionisti.

Si è capito che messaggi etici e moralisti funzionano ma fino a un certo punto. Esemplare è il caso del fumo, contrastato da proibizioni, campagne di prevenzione o dal contro-marketing delle immagini dissuasive. I comportamenti errati persistono però, come una iattura e allora la vera svolta è un’altra: condizionare l’azione attraverso un’altra azione. 

E se la pandemia fosse un capolavoro di nudging?

Un dubbio nato alle pendici di altri dubbi: come si spiega un tale accanimento politico, sanitario, mediatico e comportamentale contro un virus, incapace di reali stragi e ormai conosciuto? Quante di queste misure emergenziali e autoritarie resteranno in vigore, anche se sotto una nuova veste? E così via… mentre tutti sanno che in realtà la vera sfida epocale dell’umanità non è nella lotta a un virus di passaggio ma consiste nel decisivo incrocio tra ecologia e digitale. Ovvero bisogna capire quanto l’inevitabile rivoluzione digitale (economica, sociale ma soprattutto antropologica) possa essere funzionale alla fondazione di una società ecologica.

La cosiddetta transizione eco-digitale, che sta diventando un apposito ministero nelle principali democrazie occidentali. Guarda caso, proprio durante la pandemia. Così come casuali sono altre correlazioni tra pandemia e transizione eco-digitale. Prendere un aereo è un incrocio tra una stratificazione di uffici postali italiani e una visita carceraria, un insieme di file e controlli; lo smart working è sempre più consolidato; le esportazioni diminuiscono (a causa della correlazione, sempre casuale, con l’aumento del costo dell’energia e delle materie prime); gli intrattenimenti s’inchinano al privato e al digitale.

Risultato: merci e uomini si spostano di meno. Molti posti di lavoro analogici spariscono e vengono in parte sostituiti da quelli digitali; l’identità digitale è ormai realtà (iniziata con lo SPID postale e sublimata nel QR del green pass); il contante viene gradualmente cancellato in favore delle carte bancarie. Risultato: l’uomo digitale è ormai fatto. E la sua tracciabilità sempre più palese; il pass potrà diventare sempre più green quando ai dati sanitari si aggiungerà finalmente la personale impronta ecologica (quanto inquini tramite gli spostamenti, il cibo, i rifiuti, etc..).

Una narrazione semplicistica e forzata, d’accordo ma l’unico modo per non guardare il dito perdendo di vista la luna, nel cui riflesso resta una certa fiducia nella lungimiranza del potere. Con la speranza che il transumanesimo cui siamo destinati, oltre ad eliminare una parte di uomo, riesca a cancellare anche parte delle sue impronte pestilenziali.   

E chissà, la pandemia potrebbe essere la miccia necessaria e pretestuosa per un comportamento virtuoso. Senza la mosca, infatti, tutti avremmo continuato a pisciare fuori dal vaso, nonostante il puzzo e la morale. Invece il comportamento, tutto da solo, si fa tecnologico, ecologico e incline ad accettare il controllo.

Quando tutti saremo uno di fianco all’altro affacciati sull’orinatoio-terra e centreremo in maniera automatica, e perciò infallibile, la mosca, forse davvero si volterà pagina, almeno quella pandemica. Tutti profumati ed efficienti, senza averlo potuto scegliere.