Nella notte tra il 21 e il 22 giugno 2025, gli Stati Uniti hanno condotto un attacco militare su larga scala contro installazioni nucleari in Iran. Missili da crociera e bombardieri stealth hanno colpito i siti di Natanz, Fordow e Isfahan, segnando il coinvolgimento diretto di Washington nel conflitto aperto tra Israele e la Repubblica Islamica. Il presidente Donald Trump ha descritto l’operazione come un successo volto a neutralizzare la presunta “minaccia nucleare iraniana”, ma in realtà si tratta di una delle più gravi rotture del diritto internazionale degli ultimi decenni, e di una dichiarazione implicita di guerra in piena regola.
Questa escalation militare, lungi dall’essere una risposta isolata a un presunto “pericolo esistenziale”, rappresenta il culmine di un processo storico ben più lungo e complesso: la volontà strategica del blocco sionista-occidentale di consolidare l’egemonia israeliana in Medio Oriente, a qualsiasi costo, anche quello del genocidio.
Le narrative dominanti nei media occidentali continuano a presentare la crisi in termini di “autodifesa” israeliana e di “aggressività” iraniana, ma questa rappresentazione è profondamente distorta. L’attuale fase del conflitto non nasce il 7 ottobre 2023 con l’attacco di Hamas, né nell’aggressione israeliana contro l’Iran. Affonda invece le sue radici nel cuore stesso del progetto sionista: un’ideologia che, sin dalle sue origini, ha teorizzato e messo in pratica l’espulsione, la sostituzione e l’eliminazione fisica del popolo palestinese, al fine di creare uno Stato etnocratico ebraico, esclusivo per religione ed etnia.
Oggi, questa ideologia non solo è sopravvissuta, ma è divenuta dominante nella prassi politica israeliana, sostenuta e protetta dalle principali potenze occidentali. L’Iran – come altri attori regionali – si ritrova così a essere demonizzato non tanto per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta: un ostacolo geopolitico e ideologico alla completa realizzazione del progetto sionista, che prevede il controllo assoluto del territorio tra il Giordano e il Mediterraneo (come anche esplicitato nello statuto del Likud, il partito di Netanyahu).
Dal colonialismo all’apartheid: le origini profonde del conflitto
Il conflitto israelo-palestinese non può essere compreso senza riconoscere le sue fondamenta storiche nel colonialismo europeo e nella costruzione ideologica del sionismo politico. Lungi dall’essere un semplice movimento di autodeterminazione del popolo ebraico, il sionismo, nato nella seconda metà del XIX secolo, ha incorporato e adattato i paradigmi dell’espansionismo coloniale e del nazionalismo etnico europeo, con l’obiettivo di fondare uno Stato ebraico esclusivo sulla terra storicamente abitata da un’altra popolazione: i palestinesi.
Fin dai primi congressi sionisti guidati da Theodor Herzl, il progetto prevedeva la “normalizzazione” del popolo ebraico attraverso il possesso di una terra propria, ma questa terra – la Palestina – non era vuota. Come ricordava lo scrittore israeliano Yitzhak Laor, il sionismo ha sempre dovuto fare i conti con il fatto che per fondare uno Stato ebraico in Palestina, bisognava rendere invisibili o eliminare gli arabi palestinesi. Questo non è un effetto collaterale, ma una condizione strutturale dell’ideologia sionista.
La Nakba del 1948 – l’espulsione forzata di oltre 700.000 palestinesi – non fu una tragedia occasionale di una guerra, ma l’applicazione sistemica di quella logica: pulizia etnica per creare una maggioranza demografica ebraica. Israele non è uno Stato “ebreo” in senso culturale o religioso: è uno Stato etnocratico, che assegna pieni diritti solo a chi appartiene all’etnia ebraica, escludendo i non ebrei (in primis i palestinesi) da ogni reale partecipazione politica, sociale e giuridica.
Oggi, lo stesso concetto di apartheid, a lungo contestato dai media mainstream, è stato riconosciuto da importanti organizzazioni internazionali. Human Rights Watch e Amnesty International hanno definito nei loro report il sistema legale israeliano come un regime di apartheid, fondato sulla discriminazione sistemica, la frammentazione territoriale e l’oppressione istituzionalizzata dei palestinesi.
Questo regime non si limita ai confini del 1948, ma si estende nei territori occupati militarmente nel 1967, e si è rafforzato negli anni attraverso l’espansione delle colonie illegali, la segregazione urbana, i check-point, la demolizione di case e l’assedio permanente di Gaza. Il sionismo e la sua espressione storica non è soltanto una ideologia: è una pratica coloniale in corso, che richiede, per sopravvivere, la negazione dell’altro.
Il sionismo non è semplicemente un’ideologia che promuove il diritto degli ebrei a uno Stato, così come il nazismo non è solo un socialismo di stampo nazionalista. Entrambe queste ideologie non sono religioni rivelate dall’alto, ma prodotti storici: sono nate, si sono sviluppate e vanno comprese nel contesto concreto della Storia, dalla quale traggono la loro definizione tecnica e politica.
Dunque quello fra palestinesi e israeliani non è un “conflitto tra due popoli”, come spesso viene raccontato: si tratta di una relazione coloniale tra dominatore e dominato, tra colonizzatore e popolazione indigena. L’Iran, come altri attori regionali, interpreta questa dinamica considerando il sostegno al popolo palestinese una scelta strategica, rafforzata da una considerazione di etico-politica che a livello globale denuncia le politiche israeliane di discriminazione, espulsione e violenza strutturale.
L’Iran e il contrappeso: strategia e sopravvivenza regionale
Nella narrazione dominante occidentale, l’Iran viene spesso dipinto come un attore “maligno”, radicale e destabilizzante. In realtà, la postura strategica della Repubblica Islamica è per molti versi reattiva, non espansionista: si fonda su una chiara logica di contenimento dell’egemonia israelo-statunitense nella regione, piuttosto che sull’ideologia di conquista. Comprendere questa dinamica è essenziale per interpretare correttamente l’attuale conflitto.
Dalla fine della guerra Iran-Iraq (1980–1988), Teheran ha sviluppato una dottrina difensiva multilivello fondata su tre pilastri: deterrenza, profondità strategica e sostegno agli alleati non statali. A causa dell’isolamento imposto dall’Occidente, e delle continue minacce israeliane e statunitensi, l’Iran ha scelto di proiettare influenza in modo asimmetrico, attraverso reti politiche e militari come Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq e Siria, e il sostegno politico (non necessariamente diretto o armato) a gruppi di resistenza come Hamas e Jihad Islamica (PIJ).
Questa strategia è spesso etichettata come “interferenza” o “terrorismo”, ma risponde a un bisogno strutturale: difendere la propria sovranità e prevenire un accerchiamento militare da parte di potenze ostili. Gli Stati Uniti possiedono decine di basi militari intorno all’Iran, dalla Turchia al Golfo Persico, e Israele – dotato di armi nucleari – ha più volte minacciato apertamente Teheran. In questo contesto, l’Iran non si espande: si difende.
L’accusa secondo cui l’Iran aspirerebbe a “cancellare Israele dalla mappa” è stata distorta, tradotta erroneamente e decontestualizzata per anni. Quello che i leader iraniani denunciano è la natura razzista e coloniale dello Stato sionista e la sua minaccia esistenziale per Teheran, non l’esistenza degli ebrei. Le dichiarazioni più dure contro Israele vanno comprese come attacchi a un regime politico – non a un popolo o a una religione – e nascono da una visione anticoloniale, condivisa anche da molti intellettuali ebrei antisionisti nel mondo. Basti ricordare che un grande numero di ebrei vive da anni in Iran.
Inoltre, la questione nucleare va decostruita con attenzione: l’Iran ha sempre dichiarato che il suo programma nucleare è civile e sotto supervisione internazionale. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) non ha mai trovato prove definitive di una militarizzazione. L’accordo JCPOA del 2015, abbandonato unilateralmente da Trump nel 2018, dimostra che Teheran ha più volte scelto la strada della diplomazia. L’Iran, infatti, cerca la deterrenza attraverso mezzi convenzionali e strategici, non l’aggressione.
Il vero paradosso è che Israele – unica potenza nucleare della regione – non ha mai firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, mentre l’Iran sì. Eppure è Teheran a essere costantemente minacciata, sanzionata, colpita con cyberattacchi e operazioni coperte, come l’assassinio del fisico Mohsen Fakhrizadeh nel 2020, attribuito al Mossad.
7 ottobre e oltre: la miccia, l’incendio e le reazioni
Il 7 ottobre 2023 ha segnato una frattura irreversibile nella crisi israelo-palestinese. L’incursione armata di Hamas nel sud di Israele, con l’obiettivo di ottenere ostaggi da scambiare con gli ostaggi prigionieri da anni nelle carceri Israeliane (tra cui donne e bambini), ha generato una reazione di iniziale condanna, con l’establishment Occidentale compatto nel definirla un atto “terroristico senza giustificazioni”. Ma dopo poco tempo, le masse hanno interpretato il 7 ottobre come operazione di legittima resistenza armata come fecero l’Algeria ed il Sud Africa. La domanda che ha portato a questo capovolgimento , ignorata quasi ovunque fino al 7 ottobre, è stata: come si è arrivati a quel punto? E soprattutto: perché la risposta israeliana si è trasformata in un’operazione di annientamento totale della popolazione civile palestinese?
Quello che molti osservatori chiamano “attacco a sorpresa” non è stato altro che una miccia accesa su un campo minato da anni di assedio, occupazione, apartheid e umiliazione quotidiana. Gaza, assediata dal 2007, è stata resa inabitabile persino secondo i parametri ONU, con oltre il 70% della popolazione sotto la soglia di povertà, accesso limitato all’acqua potabile, all’energia elettrica e ai farmaci. In questo contesto, parlare di “pace” senza giustizia è stata pura ipocrisia secondo la leadership di Hamas e non solo.
La risposta israeliana, però, ha travalicato ogni logica di autodifesa. Da ottobre 2023 a giugno 2025, l’offensiva militare su Gaza ha causato oltre 65.000 morti palestinesi diretti (più di 200.000 morti indiretti secondo lo studio di Lancet), la maggioranza dei quali civili, tra cui migliaia di bambini. Interi quartieri sono stati rasi al suolo con bombe statunitensi, ospedali e scuole sono stati colpiti deliberatamente, le agenzie umanitarie ostacolate, e giornalisti locali sistematicamente assassinati. La Corte Penale Internazionale ha chiesto l’arresto di Netanyahu per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ma finora senza conseguenze concrete.
Nel frattempo, il conflitto si è allargato. A nord, Hezbollah è entrato progressivamente in guerra, colpendo postazioni militari israeliane nel nord della Galilea e costringendo allo sfollamento decine di migliaia di israeliani. In Siria, l’aviazione israeliana ha intensificato i bombardamenti su Damasco e Aleppo, colpendo infrastrutture civili con il pretesto di eliminare “armi iraniane”. In Iraq e Yemen, le milizie filo-iraniane hanno risposto con attacchi contro interessi americani. Un effetto domino che trasforma il conflitto da locale a regionale.
Tuttavia, più che prevenire il conflitto, l’asse USA-Israele sembra averlo cercato e accelerato, nella speranza di “risolvere” la questione palestinese con la forza. L’obiettivo non dichiarato è chiaro: disarticolare l’Asse della Resistenza (Iran, Hezbollah, Siria, milizie sciite e gruppi palestinesi) per rendere Israele l’unico polo dominante nel Levante, normalizzando infine i rapporti con le monarchie del Golfo senza il peso della questione palestinese.
In questa cornice, il 7 ottobre è stato usato come pretesto narrativo, non come causa. La risposta israeliana – sproporzionata, genocidaria e impunita – era già predisposta, come mostrano le rivelazioni di numerosi ex funzionari israeliani che ammettono di aver accolto l’attacco come “un’opportunità strategica”.
Il silenzio occidentale, la complicità di molti governi europei e la paralisi delle istituzioni internazionali hanno solo accelerato il crollo della diplomazia. Israele si presenta oggi come una potenza nucleare de facto, sostenuta senza condizioni dall’Occidente, libera di usare la guerra come mezzo ordinario di governo. Di fronte a ciò, le reazioni dell’Iran e dei suoi alleati non sono un’escalation: sono una risposta inevitabile.
Netanyahu e la strategia del caos
Il contesto politico interno israeliano offre una chiave indispensabile per comprendere la drammatica escalation bellica degli ultimi due anni. Benjamin Netanyahu, leader di lungo corso del Likud e figura polarizzante della politica israeliana, ha da sempre saputo sfruttare le crisi per consolidare il proprio potere e rimandare le minacce giudiziarie che gravano sulla sua figura.
Negli ultimi anni, Netanyahu si è trovato intrappolato in una complessa battaglia legale, con accuse di corruzione, frode e abuso di potere pendenti nei suoi confronti. La sua permanenza al potere appare così meno legata a una visione politica chiara e più a una strategia di sopravvivenza personale. In questo senso, l’escalation militare ha rappresentato per lui una “valvola di sfogo” e un potente strumento di distrazione per l’opinione pubblica israeliana.
Attraverso un uso massiccio dei media nazionali e internazionali, Netanyahu ha saputo costruire un racconto che lega la sua leadership alla “sicurezza nazionale” e alla “lotta contro il terrorismo”, consolidando così il consenso attorno a un’agenda marcatamente aggressiva e repressiva. Questo ha comportato la sospensione de facto di qualsiasi dialogo politico serio con i palestinesi o con gli Stati vicini, e la promozione di una politica di “guerra totale” come unica soluzione.
Dietro questa narrazione si cela però una strategia più ampia: il caos controllato come strumento di potere. Netanyahu ha infatti favorito deliberatamente la polarizzazione sociale interna, alimentando tensioni religiose ed etniche, e incentivando la radicalizzazione sia degli ambienti militari sia delle frange più estremiste del sionismo.
Inoltre, la politica di Netanyahu ha sistematicamente ignorato gli appelli alla moderazione da parte di molti leader israeliani e internazionali, preferendo invece una linea dura che mira a distruggere le infrastrutture civili palestinesi, frammentare il tessuto sociale e assicurare un dominio incontrastato su tutta la Cisgiordania e Gaza.
Questa strategia non è priva di rischi. Essa espone Israele a una crescente resistenza, sia interna che regionale, e mina le basi di una possibile pace duratura. Ma finché Netanyahu e i suoi alleati avranno la forza di usare il conflitto come leva di potere, la prospettiva di una soluzione negoziata rimarrà un miraggio.
L’attacco statunitense del 21 giugno 2025 si inserisce in questo quadro come un’ulteriore spinta verso l’escalation, un supporto esterno che legittima la politica di Netanyahu e complica ulteriormente la possibilità di mediazione internazionale.
Diplomazia saltata e prospettive future: l’impasse e la sfida iraniana
L’attacco statunitense del 21 giugno 2025 ha rappresentato un punto di rottura definitivo non solo sul piano militare, ma anche su quello diplomatico. Come ha denunciato il diplomatico iraniano Abbas Araghchi, questa escalation ha “fatto saltare la diplomazia” non solo tra Iran e Stati Uniti, ma ha altresì compromesso qualsiasi possibile dialogo tra Teheran e i paesi europei e membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (E3/UE).
Araghchi ha sottolineato un paradosso fondamentale: “Come può l’Iran tornare a un tavolo che non ha mai lasciato?” L’Iran infatti si è sempre dichiarato disponibile al negoziato, partecipando attivamente ai negoziati sul programma nucleare, incluso l’accordo JCPOA del 2015, ma è stato costantemente ostracizzato da politiche di boicottaggio, sanzioni unilaterali e azioni militari come quelle recentemente messe in atto dagli USA.
L’intervento americano – più che un’azione isolata – è il riflesso di un sistema internazionale sbilanciato, in cui la diplomazia è subordinata agli interessi geopolitici delle potenze occidentali e alla protezione dell’entità sionista, a discapito della pace e della giustizia. La scelta di colpire l’Iran senza passare per vie diplomatiche è anche la conferma di una strategia basata sulla coercizione e la sopraffazione, che trascura ogni principio di diritto internazionale.
Non sorprende, quindi, che la risposta iraniana non si sia fatta attendere: Teheran ha dichiarato di non voler cedere alle provocazioni, rafforzando la propria deterrenza regionale e rinnovando il sostegno alle forze di resistenza palestinese e ai suoi alleati nell’area. In questo quadro, la posizione iraniana si conferma non come una minaccia incontrollata, ma come un elemento essenziale di equilibrio geopolitico.
Guardando al futuro, la strada appare più incerta e pericolosa che mai. La diplomazia è stata messa in ginocchio da mosse unilaterali e da una narrativa mediatica polarizzata che riduce ogni confronto a un gioco a somma zero. Senza un cambiamento radicale nel modo in cui le potenze globali affrontano il conflitto, il rischio è di assistere a un’escalation incontrollata, con conseguenze devastanti per l’intera regione e oltre.
Tuttavia, come insegna la storia, ogni impasse contiene in sé il seme della trasformazione. La presa di coscienza globale sulle ingiustizie subite dal popolo palestinese, la resistenza crescente contro l’apartheid israeliano e la solidarietà internazionale verso l’Iran – inteso come attore regionale e interlocutore politico – potrebbero aprire nuove vie per una pace autentica, fondata sul rispetto dei diritti umani, della sovranità e della giustizia storica. L’alternativa è un bagno di sangue ed un Iraq 2.0.
La fabbrica del consenso e la crisi della diplomazia multilaterale
Uno degli aspetti più critici dell’attuale crisi è la gestione mediatica del conflitto. I grandi media occidentali, spesso influenzati da lobby pro-israeliane e da interessi geopolitici (vedi AIPAC ELNET in Europa e simili), hanno costruito una narrazione monodimensionale che criminalizza le resistenze palestinesi e iraniane, mentre legittima incondizionatamente le azioni israeliane.
Questa narrazione “da guerra fredda” riduce la complessità storica e politica a un binomio semplificato: “buoni contro cattivi”, “terroristi contro democrazia”. Così facendo, si alimenta un clima di paura e di odio, che giustifica aggressioni militari e la sospensione dei diritti fondamentali dei palestinesi. In effetti, la narrazione mediatica guerrafondaia in questi giorni ha preso cura di evitare – ancora una volta – di parlare delle cause strutturali focalizzandosi sulle differenze valoriale fra il Medio Oriente e l’Occidente come condizione sufficiente al bombardamento, la guerra, e l’escalation.
Come insegna Chomsky, la disinformazione e la censura di opinioni critiche non solo impoveriscono il dibattito pubblico, ma rendono impossibile costruire un consenso informato verso soluzioni di pace. La strategia mediatica serve a mantenere lo status quo, impedendo una vera riflessione sulle radici del conflitto e sulle responsabilità delle parti in causa.
L’atteggiamento delle potenze globali, in particolare Stati Uniti, Unione Europea e Russia, rivela una crisi profonda della diplomazia multilaterale. Gli interessi economici e strategici prevalgono spesso sul rispetto della giustizia.
Gli Stati Uniti, in particolare, hanno assunto un ruolo di sostegno incondizionato a Israele, fornendo aiuti militari e politici che rafforzano un regime di apartheid e occupazione militare. L’Unione Europea, pur esprimendo qualche critica formale, ha evitato di prendere posizioni forti contro le violazioni israeliane, mantenendo un atteggiamento ambiguo.
La Russia, pur mostrando un interesse per il dialogo regionale, si muove in un gioco complesso di alleanze che rischia di alimentare ulteriormente le tensioni senza fornire soluzioni concrete. Dopo la perdita dell’alleato Assad, la Russia pare voglia mettere alla prova la resilienza di Teheran prima di aumentare il livello di supporto. In effetti, in termini di alleanza e dipendenza strategica, la perdita dell’Iran dopo la Siria rappresenterebbe un duro colpo per Mosca, già occupata sul fronte Ucraino.
Verso un’alternativa possibile: diritti, giustizia e autodeterminazione
Nonostante il quadro desolante, la storia offre sempre spazi di speranza. La chiave per uscire dall’impasse risiede in un approccio che metta al centro i diritti umani universali, la giustizia storica e l’autodeterminazione dei popoli.
Solo riconoscendo il diritto legittimo del popolo palestinese a vivere libero in terra propria, garantendo parità di diritti e fine dell’apartheid, si potrà costruire una pace stabile e duratura. Questo implica mettere in discussione il paradigma sionista etnocratico, aprendo la strada a uno Stato pluralista e giusto che garantisca diritti uguali a tutti i suoi abitanti senza leggi speciali, senza limiti demografici colonialisti ed artificiali, senza apartheid.
A livello internazionale, è necessaria una nuova diplomazia, basata sul rispetto del diritto internazionale e sull’inclusione degli attori esclusi o marginalizzati, come l’Iran e i movimenti di resistenza palestinese. Ignorare o delegittimare queste richieste non farà che alimentare il ciclo di violenza e sofferenza che da decenni affligge il Medio Oriente.