All’inizio di novembre è partita da Londra, con pochissimi media a darne notizia, la campagna Red Ribbons per chiedere la liberazione degli ostaggi palestinesi, circa 10.000, tuttora detenuti nelle carceri israeliane.
Dopo Londra, anche nel resto d’Europa gli attivisti hanno organizzato alcune manifestazioni molto partecipate, in particolare a Parigi e Atene, mentre a Copenhagen i manifestanti si sono riuniti davanti all’ambasciata israeliana scandendo lo slogan “Bring them home”, giá usato dai familiari degli ostaggi israeliani.
In questi giorni molti attivisti in tutto il mondo hanno rilanciato l’iniziativa, che non fa capo a nessuna organizzazione, e che mira ad essere il più possibile trasversale e globale, con l’obiettivo di fare arrivare un preciso messaggio: gli ostaggi palestinesi non sono stati dimenticati e la loro liberazione è una responsabilità morale condivisa da tutti in tutto il mondo.
La campagna invita chiunque a diffondere video, informazioni, ad organizzare sit-in e manifestazioni sull’argomento, oltre all’affissione di volantini e nastri rossi nelle città, nei luoghi di maggior passaggio, fermate del bus e metropolitane.
Come accade per molte altre campagne di sensibilizzazione, anche in questo caso si consiglia di indossare un piccolo nastro rosso per simboleggiare il sangue versato e la continua sofferenza dei palestinesi all’interno delle carceri dell’occupazione, tristemente note per le continue violenze, torture e carenza di cibo.
All’inizio di novembre gli ostaggi palestinesi erano poco meno di 10.000 tra cui 3.544 in detenzione amministrativa (senza accuse né processi), 400 bambini, 53 donne. Tra questi, 300 sono condannati ad uno o più ergastoli e rischiano di essere addirittura condannati a morte se sarà approvata l’infame legge che è ora al vaglio del Parlamento dell’”unica democrazia del medio oriente”.
Tra le persone che stanno contribuendo a riportare all’attenzione pubblica le sofferenze degli ostaggi palestinesi, vi sono alcune figure di rilievo come Zwelivelile “Mandla” Mandela, il giornalista di Middle East Eye David Hearst, il dottor Mustafa Barghouti dell’Iniziativa Nazionale Palestinese, e il professore Khaled Al-Hroub che insegna all’università di Cambridge.
Alcuni lettori, non ben informati sulle pratiche adottate dai militari durante i loro “arresti”, potrebbero chiedersi perché si definiscono “ostaggi” anche i detenuti palestinesi: i nativi vengono portati via dalle loro case, spesso di notte, davanti ai loro familiari, con violenza, bendati e ammanettati, senza accuse. Come dovremmo definirli se non ostaggi?
Per concludere, invito tutti a continuare a parlare di Palestina, di Gaza e delle sofferenze del popolo palestinese perché “pace” è soltanto una parola trabocchetto usata dall’Occidente per mettere a tacere le piazze e i popoli.
Crediti immagine copertina: WAFA