Tra il 3 e il 5 gennaio 2026 si è consumata una svolta improvvisa: gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione a Caracas che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro (insieme a sua moglie, Cilia Flores) e al loro trasferimento negli USA per affrontare accuse penali federali legate a narcotraffico/narco-terrorismo e reati connessi. Al di là dell’esito giudiziario, il fatto politico centrale è che un capo di Stato in carica è stato rimosso con un’azione esterna e condotto davanti ai tribunali del Paese che lo ha catturato.
La vicenda non è rimasta confinata al piano giudiziario. Nello stesso annuncio pubblico, Donald Trump ha presentato l’operazione non solo come un atto di “law enforcement” (pubblica sicurezza e applicazione della legge), ma come l’inizio di una fase di “controllo temporaneo” sul Paese, dichiarando che gli Stati Uniti “gestiranno” il Venezuela fino a una “transizione” e lasciando intendere che non escluderebbe “boots on the ground”. In quella cornice, Trump ha legato esplicitamente l’azione al petrolio venezuelano, insistendo che sarebbe ripagata dal “denaro che viene dal sottosuolo”, cioè dalle risorse energetiche.
Sul piano diplomatico, il caso è arrivato rapidamente al Consiglio di Sicurezza ONU in una riunione d’emergenza. Il Segretario Generale António Guterres ha richiamato il rischio di instabilità regionale e il problema del precedente legale; diversi Stati hanno contestato la violazione della sovranità venezuelana, mentre Washington ha difeso la cornice dell’operazione come azione di contrasto criminale e/o autodifesa. È qui che la questione diventa globale: non si discute soltanto “Maduro sì o no”, ma se le regole sull’uso della forza siano ancora vincolanti o ormai negoziabili dal più forte.
Cause ed effetti: come si è giunti ai recenti avvenimenti
Per capire perché si è arrivati a un atto così estremo bisogna mettere insieme una storia lunga, fatta di delegittimazione politica, scontro economico-energetico e “guerra legale”. Maduro governa dal 2013 e negli anni la sua leadership è stata contestata da opposizioni interne, ONG e governi occidentali per repressione, deterioramento istituzionale e consultazioni elettorali considerate controverse. Da parte sua, Maduro ha respinto le accuse e ha spesso interpretato la pressione USA come tentativo di imporre un cambio di regime, soprattutto in funzione del controllo delle risorse.
Sul versante statunitense, la dimensione giudiziaria non nasce oggi. Nel marzo 2020 il Dipartimento di Giustizia USA ha annunciato incriminazioni contro Maduro e altri funzionari, collegandoli a traffico di droga e rapporti con gruppi armati. Quell’impianto — contestato dal governo venezuelano — è diventato negli anni un asse narrativo politico costante: il Venezuela non come avversario politico, ma come “narco-Stato”. In parallelo, sanzioni e misure economiche, soprattutto sul settore energetico, hanno reso il petrolio il centro materiale del conflitto: non un dettaglio, ma la leva con cui si può soffocare o riattivare l’economia venezuelana e, di conseguenza, i rapporti di forza interni.
L’operazione di gennaio 2026 arriva quindi come culmine di un’escalation, ma con un salto qualitativo: dal contenimento e dalle sanzioni si passa alla cattura fisica del leader e alla prospettiva — dichiarata — di una gestione esterna del Paese. Dopo la cattura, in Venezuela Delcy Rodríguez è stata indicata come presidente ad interim secondo ricostruzioni di stampa, mentre negli USA si è aperto un dibattito politico e giuridico sulla compatibilità dell’azione con il diritto internazionale e con i vincoli interni (incluso il rapporto tra Casa Bianca e Congresso).
Le ripercussioni immediate sono state sia materiali sia simboliche. Materiali, perché la filiera del petrolio vive di logistica, assicurazioni, pagamenti, navi e accesso ai mercati: quando il quadro politico collassa, si bloccano i flussi, si accumulano scorte, si ferma l’export e l’industria entra in una zona grigia dove ogni scelta è anche un atto geopolitico. Simboliche, perché la fiducia globale negli Stati Uniti non si incrina solo per la cattura in sé, ma per la combinazione di uso della forza in territorio straniero e comunicazione politica che oscilla tra l’idea di un’operazione “di giustizia” e la pretesa di esercitare tutela/gestione su uno Stato sovrano.
È qui che la critica “anti-americana” appare più solida: non serve negare i problemi del Venezuela o santificare Maduro per vedere che la narrazione del petrolio come rimborso e della gestione diretta del Paese rende l’azione difficilmente difendibile sul piano della legittimità internazionale. Molte operazioni USA del passato sono state presentate come missioni di protezione dei civili, promozione della democrazia o stabilizzazione. In questo caso, le parole usate dalla presidenza americana riducono gli alibi: la distanza tra forza e interesse economico si accorcia fino quasi a sparire. Il messaggio che passa — a prescindere dalle intenzioni reali — è quello di un hard power che non sente più il bisogno di mascherarsi.
Detto questo, la bilancia dei fatti impone anche l’altra metà del quadro: una parte dell’opinione pubblica internazionale e una parte dell’opposizione venezuelana considerano Maduro illegittimo e pericoloso, e vedono la sua rimozione come opportunità per una transizione. C’è inoltre un tema reale di criminalità organizzata transnazionale in America Latina, e il confine tra politica, economia illegale e apparati di potere è spesso opaco. Il punto però non è assolvere o condannare Maduro in astratto: è capire che il metodo usato apre la porta ad essere replicato, e quindi a rendere il sistema internazionale più instabile, non più giusto. Se ogni istanza in cui uno Stato si ritrova con una leadership che non piace ad uno Stato legittima l’invasione e la cattura della leadership possiamo ipotizzare un ritorno alla legge della giunga, non al fragile ma prezioso equilibrio internazionale che in era moderna ha tentato di minimizzare i conflitti in favore del “soft power”.
Le ragioni delle tensioni USA-Venezuela, lette senza mitologie, restano abbastanza chiare. C’è una dimensione storica di controllo politico-strategico dell’emisfero; c’è una dimensione giudiziaria e di sicurezza (le accuse federali e la retorica del narco-state); c’è la dimensione energetica, perché il petrolio venezuelano è insieme ricchezza potenziale e punto vulnerabile; e infine c’è la dimensione degli allineamenti globali, con Russia e Cina che contestano l’operazione e con molti Paesi che temono un precedente utilizzabile domani contro chiunque.
La lettura geopolitica: dall’imperialismo USA ad un nuovo ordine mondiale Sud globale
La parte più interessante, però, è la lettura geopolitica delle conseguenze. Se un’azione militare unilaterale viene percepita come “impunibile”, aumenta l’incentivo a costruire contromisure collettive: strumenti finanziari alternativi, accordi energetici fuori dai circuiti dominati dall’Occidente, e una più forte coesione politica tra Stati che si riconoscono nel “Sud globale” non tanto per ideologia comune, quanto per interesse condiviso a limitare l’arbitrio del più potente. In altre parole, l’imperialismo “senza maschere” può accelerare la nascita di un blocco di contenimento.
Qui entra anche il tema dei doppi standard, che oggi è più potente di qualsiasi propaganda. Sul caso Gaza, la Corte Internazionale di Giustizia deve ancora emettere un verdetto formale sul merito dell’accusa di genocidio nel procedimento avviato dal Sudafrica; ma la Corte ha disposto misure provvisorie e il contenzioso resta aperto e ancor di piu’. Parallelamente, infatti, nel 2025 una Commissione d’inchiesta ONU e vari esperti ONU hanno parlato chiaramente di “atti genocidari” e “genocidio”, elementi che la Corte di Giustizia dovra’ tenere a mente. In un clima simile, un’operazione come quella in Venezuela diventa, agli occhi di molte capitali non occidentali, la prova che il diritto internazionale viene invocato o ignorato a geometria variabile. È in questo senso che “le maschere cadono” non come slogan, ma come percezione politica diffusa.
Infine, c’è un rischio boomerang concreto: “governare senza governare”. Dichiarare che “gestiremo il Paese” senza un controllo effettivo del territorio e senza un consenso interno minimo può produrre l’effetto opposto a quello promesso: crescita della paura, polarizzazione, reazioni nazionaliste, frammentazione degli apparati e competizione tra attori armati o para-istituzionali. Anche senza un’invasione formale, l’ombra di una “tutela” esterna a mo’ di conquista pre-moderna può destabilizzare l’equilibrio interno e regionale, alimentando migrazioni e conflitti per procura.
E’ cosi’ che questa storia non riguarda solo Maduro. Riguarda la trasformazione dell’egemonia americana in qualcosa di più esplicito e meno “normativo”, e dunque più costoso in termini di consenso. Se l’America rinuncia al linguaggio delle regole e abbraccia apertamente quello della forza e del profitto, può ottenere risultati immediati, ma accelera anche la saldatura di un fronte globale che la percepisce come potenza indifferente al diritto internazionale. E quando la legittimità si spezza, ricostruirla non è questione di comunicazione: è questione di potere, alleanze e reazioni a catena.
Crediti immagine copertina: FP