Dal colonialismo al laicismo: la Francia continua la guerra alle donne musulmane. Impazza il dibattito sul hijab tra discriminazioni e proposte di proibirlo

La versione estrema del secolarismo francese si incentra sul controllo delle donne musulmane, dei loro corpi e del loro posto nella società

Durante l’occupazione francese dell’Algeria, Frantz Fanon scrisse su come la Francia avesse usato la questione femminile per mantenere il suo dominio coloniale: “Se vogliamo distruggere la struttura della società algerina e la sua capacità di resistenza, dobbiamo prima di tutto conquistare le donne; dobbiamo andare a cercarle dietro il velo dove si nascondono e nelle case dove gli uomini le tengono celate alla vista “.

Questo approccio, a quanto pare, è ben lungi dall’essere una cosa del passato per lo Stato francese, nella sua versione estrema di secolarismo o laicité e società.
Ultimamente ci sono stati 85 dibattiti televisivi sull’hijab che sono stati trasmessi dai vari canali della tv francese, con ben 286 ospiti invitati a parlare sull’argomento; tra questi neppure una donna con il velo

La settimana scorsa è stata una volta ancora costellata da numerosissimi dibattiti televisivi e radiofonici, con centinaia di commentatori, aventi per tema le donne musulmane e il loro diritto (o più precisamente, che tale dovrebbe essere) di indossare l’hijab.

Questa valanga di attacchi continui è diventata una consuetudine in Francia, ed ha unificato un ampio schieramento politico, dall’estrema sinistra all’estrema destra; valanga di attacchi che ha preso di mira uno dei gruppi più oppressi del paese, e si è scatenata in seguito ad un incidente accaduto durante una gita scolastica, quando una madre che indossava l’hijab ha osato accompagnare suo figlio al parlamento regionale di Digione.

Questa madre, conosciuta come “Fatima”, è stata verbalmente aggredita dal politico Julien Odoul del partito di destra Rassemblement National (precedentemente noto come Front National), il quale le ha chiesto di togliersi il velo o di non entrare nell’edificio.
La scenata di Odoul è stata blandamente repressa dalla presidenza dell’assemblea, mentre altri membri della stessa sono goffamente ritornati ai loro posti e hanno timidamente chiesto al rappresentante del Rassemblement National di smetterla. Di fatto, la madre è stata lasciata sola ad affrontare l’aggressione, mentre cercava di consolare il suo bambino in difficoltà.

Non si può dire che l’aggressione di Odoul sia stata un’eccezione. Essa trova le sue basi nella legislazione esistente, legislazione orientata a vietare alle donne musulmane di vivere in Francia, ad esempio rendendo illegale dal 2004 l’accesso a scuola e ad altri servizi pubblici, come dipendente o utente del servizio, a chi indossa l’ hijab.

Echi del periodo coloniale

Contemporaneamente, la scorsa settimana c’è stato l’anniversario dei massacri di Parigi, avvenuti il ​​17 ottobre 1961 durante la guerra d’ Algeria. Centinaia di algerini che erano scesi in piazza per l’indipendenza dell’Algeria furono assassinati e i loro corpi furono gettati nella Senna dalla polizia francese sotto il comando di Maurice Papon, il quale aveva precedentemente, durante la Seconda Guerra Mondiale, partecipato alla deportazione di centinaia di ebrei.

Si è dovuto attendere la fine degli anni ’90 perché quegli eventi, e anche una piccola parte di quelle uccisioni, fossero riconosciuti con la posa nel 2001 di una targa commemorativa nei luoghi in cui si era consumato il crimine.

È significativo il fatto che entrambi gli eventi si siano svolti contemporaneamente. La riluttanza dello stato francese a commemorare e riconoscere la violenza e gli abusi coloniali di cui gli algerini sono stati vittime, sia in patria che all’estero, svolge un ruolo importante nel mascherare la violenza diretta contro i musulmani in Francia oggi.

Il trattamento delle donne musulmane da parte dello Stato nel presente rimanda alle aggressioni alle donne algerine sotto il colonialismo. La violenza della polizia contro giovani uomini musulmani nelle strade della Francia di oggi ricorda la violenza della polizia contro i lavoratori migranti di allora.

La segregazione sociale delle popolazioni musulmane nelle città, periferie a basso reddito, in tutto il paese oggi, ricorda la loro ghettizzazione nei bassifondi francesi durante il periodo coloniale.

Odio attuale

È impossibile per lo Stato riconoscere il proprio passato, perché questo passato non è mai morto. Il riconoscimento dovrebbe condurre alla giustizia e al cambiamento. Quindi, per esempio, l’anniversario del massacro del 1961 avrebbe dovuto vedere sia lo Stato che le istituzioni pubbliche utilizzare questa commemorazione per mobilitarsi contro l’odio attuale.

Invece esso è stato contrassegnato dal ripetersi di quel razzismo che ha caratterizzato l’intero progetto coloniale francese, in Algeria come altrove.

No libertà, no uguaglianza, no fraternità: la morte del secolarismo francese

L’umiliazione di Fatima in quel momento, così come di suo figlio, così sconvolto dalla scena da cercare rifugio tra le braccia di sua madre, è stata dura da sopportare.

Ma se si cammina per le strade di Parigi, una presunta vivace città multiculturale, sfoggiando un hijab, e si entra in una banca locale o in un supermercato si potrà capire molto rapidamente che quell’incidente non è stato casuale.

Negli 85 dibattiti televisivi sull’hijab che sono stati trasmessi dai vari canali della tv francese è stato dato libero sfogo a domande di questo tipo: a quali donne musulmane dovrebbe essere permesso di indossare il velo, quali diritti dovrebbero essere loro sottratti se si rifiutano di acconsentire e quale ruolo dovrebbe svolgere lo stato francese nella loro esclusione. In effetti un giornalista è arrivato al punto di paragonare l’hijab all’uniforme delle SS.

Stagione aperta

Ciò che colpisce è che questa campagna sulle donne musulmane e sul loro diritto di partecipare alla vita pubblica in Francia non è monopolio dell’estrema destra. In verità il punto di vista di Odoul era stato sdoganato dalle posizioni che le femministe progressiste hanno messo in mostra in difesa del forzato svelamento di stato fin dai primi anni del 2000.

Ora, così come è successo negli ultimi vent’anni, questi attacchi, queste leggi orientate all’esclusione e la violenza dello Stato, sono stati più volte difesi come atti diretti alla liberazione delle donne musulmane oppresse e alla loro salvezza da mariti e padri barbari.

Come gli Stati Uniti hanno promesso di liberare le donne afghane bombardandole e il colonialismo promette di liberare i suoi soggetti sfruttandoli a morte, l’intellighenzia francese promette di liberare le donne musulmane escludendole dalla vita pubblica, dal dibattito pubblico e dall’occupazione.

La verità è che nessuno fra quelli che marciano in difesa delle donne musulmane e del secolarismo, ritiene che le donne musulmane che indossano l’hijab siano degne di entrare in uno spazio politico o intellettuale in cui possano avanzare le proprie richieste. L’ultima tornata di dibattiti televisivi lo ha dimostrato ancora una volta.

La Resistenza

Solo l’un per cento dei CV con foto delle francesi che indossano il velo riceve una risposta, questo è un problema.

Proteste, indignazione sui social media e solidarietà internazionale sono strumenti importanti che annullano l’isolamento provato da chi viene colpito, e sgretolano al contempo la fiducia e il monolitismo dell’islamofobia francese.

Ci si chiede se lo Stato francese abbia imparato qualcosa. Forse il rifiuto di riconoscere il suo passato lo rende cieco e gli impedisce di apprendere da esso. Basando il controllo della società algerina sul controllo delle sue donne, lo stato francese aveva solo ottenuto di trascinare in prima linea le donne algerine nella battaglia contro il suo dominio.

Osservando Fatima, silenziosamente e coraggiosamente rivolta al deputato che urla, mentre tutti gli altri membri dell’assemblea si agitavano inquieti, si poteva vedere lo stesso processo ripetersi.
Lei, da sola in quella stanza, rappresentava la resistenza e la futura fine del loro dominio.

 

Articolo di Malia Bouattia* apparso su Middle East Eye

Malia Bouattia è un’attivista, ex presidente della National Union of Students, co-fondatrice della rete Students not Suspects / Educators not Informants Network e presentatrice / panelist di Women Like Us della TV musulmana britannica.

 

 

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