Bruciature di sigarette, percosse, tentativi di violenza sessuale: coloni e soldati compiono abusi sui palestinesi


Articolo tradotto da originale pubblicato da Haaretz. Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

Una settimana dopo l’aggressione subita a Wadi as-Seeq, palestinesi e attivisti israeliani lottano per risollevarsi e accusano un’unità dell’esercito dei “giovani delle colline” e i coloni. L’esercito ha rimosso l’ufficiale comandante dell’unità e ha aperto un’indagine.

Gli abusi sono durati quasi un giorno intero. Soldati e coloni hanno arrestato e ammanettato tre palestinesi del villaggio cisgiordano di Wadi as-Seeq e per ore, secondo i palestinesi, sono stati duramente picchiati, spogliati fino a rimanere con addosso soltanto la biancheria intima e fotografati con le manette e in mutande. I rapitori hanno urinato e spento mozziconi di sigarette su di loro. C’è stato anche un tentativo di penetrare uno di loro con un oggetto.

Contemporaneamente, soldati e coloni hanno arrestato gli attivisti israeliani di sinistra che erano presenti, tra cui un minorenne, ammanettandoli, minacciandoli di morte e trattenendoli per ore. Alcuni degli attivisti sono stati picchiati ed hanno affermato che, oltre alla presenza di persone in uniforme, ad un certo momento anche un giovane colono in abiti civili è stato incaricato di sorvegliarli.

Gli attivisti israeliani sono stati rilasciati dopo tre ore, mentre i palestinesi sono stati rilasciati solo in serata da funzionari dell’amministrazione civile e sono stati portati in un ospedale di Ramallah. Entrambi i gruppi sono stati derubati di denaro contante e di un’auto.

I fatti si sono verificati il 12 ottobre. I soldati appartenevano all’unità Desert Frontier (Sfar Hamidbar), istituita pochi anni fa e che recluta, per il servizio militare, i “giovani delle colline”, giovani coloni radicalizzati e spesso violenti che provengono da avamposti illegali, scegliendoli in particolare negli avamposti agricoli che sono diventati prevalenti in Cisgiordania.

Un portavoce delle IDF (Israeli Defence Forces) ha dichiarato ad Haaretz che, dati i gravi sospetti, la divisione investigativa della polizia militare ha aperto un’indagine e il comandante della brigata della Valle del Giordano ha rimosso il comandante dell’unità.

I palestinesi contattati da Haaretz hanno raccontato che i coloni e i soldati che li trattenevano hanno affermato che sarebbero arrivati uomini dello Shin Bet. Sono invece giunti altri uomini a bordo di un’auto civile e li hanno interrogati picchiandoli pesantemente. In risposta ad un’inchiesta svolta da Haaretz, lo Shin Bet ha negato che i suoi uomini fossero presenti sul posto o coinvolti nell’accaduto.

Haaretz ha parlato con sei testimoni presenti durante l’episodio, tre palestinesi e tre attivisti israeliani. Due dei palestinesi che hanno subito i peggiori abusi hanno inviato numerose fotografie dei lividi, dei segni di colpi ricevuti e delle bruciature – non tutte pubblicate qui per rispetto della privacy degli intervistati.

“Avete sentito parlare della prigione di Abu Ghraib in Iraq? È esattamente quello che è accaduto lì”, ha detto ad Haaretz Mohammad Matar, conosciuto col nome di Abu Hassan. Il suo corpo era ancora gravemente contuso quasi una settimana dopo l’incidente: “Abu Ghraib con l’esercito [israeliano]”.

Coloni mascherati e con l’uniforme militare

Gli incidenti descritti in questo articolo non sono avvenuti per caso, ma sono dovuti ai numerosi fattori che influenzano l’attuale situazione in Cisgiordania. Il primo è che, a causa della guerra e del trasferimento di quasi tutte le forze armate permanenti nel sud di Israele, la maggior parte delle forze militari posizionate in Cisgiordania è costituita da riservisti, tra cui un gran numero di coloni che sono stati richiamati.

Un altro fattore è che i coloni, già pesantemente armati, stanno ricevendo ancora più armi. Secondo le direttive delle IDF, molti coloni hanno diritto a portare le armi nonostante vi sia una lunga e documentata storia di coloni che hanno commesso violenze o altri atti illegali mentre erano armati di fucili forniti loro dall’esercito israeliano.

Il terzo fattore è la cultura delle minacce e della violenza contro le comunità di pastori palestinesi in Cisgiordania – una tendenza che si è intensificata nell’ultimo anno, da quando l’attuale governo è salito al potere – ma che con lo scoppio della guerra a Gaza è diventata uno tsunami.

In questo contesto, il confine già labile tra coloni e soldati è diventato ancora più confuso. Nel corso delle interviste, i testimoni affermano che è molto difficile distinguere tra un colono e un soldato. E in effetti, come si è potuto appurare, non vi è poi così tanta differenza.

L’attacco è avvenuto nel momento in cui gli ultimi residenti di Wadi as-Seeq stavano lasciando il villaggio a causa dei ripetuti attacchi dei coloni. Gli attivisti israeliani e i palestinesi che erano venuti ad aiutare gli abitanti del villaggio si stavano già organizzando per tornare a casa.

Mohammad Khaled, 27 anni, e Abu Hassan, 46 anni, sono dipendenti dell’Autorità Palestinese e lavorano nella “Commissione per la Resistenza al Muro e agli Insediamenti” a Ramallah. Nelle ultime settimane sono rimasti nel villaggio per aiutare i residenti. Sono saliti in macchina e si sono salutati prima di tornare a casa. “Ci siamo diretti verso l’ingresso”, racconta Abu Hassan. “All’improvviso abbiamo visto due pick-up con coloni in uniforme militare. Erano tutti armati e alcuni erano mascherati. Una ventina di uomini o forse più sono saltati fuori dai veicoli e hanno puntato i fucili contro di noi”.

Secondo quanto riferito da Abu Hassan, è tornato immediatamente indietro verso il villaggio chiamando l’amministrazione di coordinamento e collegamento palestinese per riferire che i coloni lo stavano inseguendo. Non poteva chiamare le IDF: i palestinesi che vogliono comunicare qualcosa all’esercito devono prima contattare l’amministrazione palestinese di coordinamento e collegamento, che a sua volta informa l’amministrazione civile israeliana.

I pick-up hanno sorpassato i due palestinesi vicino alle case del villaggio. Raccontano che i coloni in uniforme li hanno tenuti a terra e hanno iniziato a picchiarli con le armi, tenendo la loro testa a terra e calpestandoli. In seguito, hanno raccontato i due uomini, le loro mani sono state legate con delle corde.

Ad un certo punto, un soldato dell’amministrazione civile si è avvicinato e ha detto ai palestinesi ancora legati che quelli che li avevano trattenuti erano soldati. “Gli ho detto: ‘Sei sicuro?’ Perché so che si trattava di coloni che vivono nelle vicinanze. Ma lui ha ripetuto che erano soldati”, ha detto Abu Hassan. Egli afferma di aver identificato due degli uomini presenti putto il giorno come coloni che conosceva, anche se uno di loro era in uniforme. Uno era un colono di un avamposto vicino al villaggio palestinese di Deir Dibwan. L’altro è stato identificato come Neria Ben Pazi, dell’avamposto vicino a Wadi as-Seeq, una nota figura “della collina”.

Secondo Abu Hassan, a questo punto il soldato dell’amministrazione civile ha detto ai soldati e ai coloni di aver controllato i due palestinesi e di aver scoperto che Abu Hassan era stato arrestato in passato per lancio di pietre e omicidio. I soldati-coloni hanno preso la borsa di Abu Hassan dall’auto e hanno esibito dei grossi coltelli dichiarando di averli trovati al suo interno. Abu Hassan, da parte sua, ha insistito che i coltelli erano stati messi lì da qualcun altro. “Hanno detto di averci trovato addosso dei coltelli e che stavamo progettando un attacco terroristico”, racconta. “Ho detto al soldato dell’amministrazione civile: ‘Quale attacco terroristico? Sono io stesso che ho chiamato il collegamento palestinese, che poi ha chiamato voi. Chi è che prima di commettere un attacco terroristico chiamerebbe il collegamento?”.

Un tubo di ferro e domande in arabo

Secondo Khaled, i soldati-coloni hanno dichiarato di averli fermati per essere poi arrestati dallo Shin Bet, le cui forze sarebbero arrivate di lì a poco. Così, ha raccontato, quando è arrivato un GMC bianco con un’antenna e una stella di David nera sul retro dal quale sono scesi sette o otto uomini in uniforme, hanno pensato che fossero dello Shin Bet.

A questo punto, raccontano i due uomini, gli abusi si sono intensificati. Gli uomini scesi dal pick-up li hanno portati in un edificio vuoto senza piastrelle sul pavimento, hanno coperto i loro occhi con un panno e hanno sostituito la corda che legava le mani con un filo metallico. I due uomini hanno pensato che l’edificio potesse essere stato un recinto per animali, perché il terreno era coperto di sterco.

“Ci hanno steso a faccia in giù e uno di loro ci ha strappato i vestiti con un coltello”, racconta Abu Hassan. “Siamo rimasti solo con la biancheria intima”. Non sa dire con certezza quanti uomini fossero presenti. “Penso che fossero tra gli otto e i dieci”, dice.

“Hanno continuato a picchiarci”, aggiunge Khaled. “Avevano un tubo di ferro e dei coltelli, che usavano anche per colpirci. Ci hanno picchiato dappertutto, mani, petto e anche testa. Dappertutto. Ci hanno spento le sigarette addosso. Hanno cercato di strapparmi le unghie”.

I maltrattamenti sono continuati. “Ci pestavano la testa coi piedi e ci spingevano la faccia nella sporcizia e nello sterco”, racconta Abu Hassan. Poi racconta che un uomo gli ha tolto le bende. “Si è avvicinato al viso e mi ha chiesto: ‘Ti ricordi di me?’ Gli ho detto di no. E ha continuato: ‘Sono un mandriano di Biddya’. Poi mi ha picchiato su tutto il corpo, mi ha pestato la testa con entrambi i piedi e mi è saltato sulla schiena, nel tentativo di spezzarmi la spina dorsale”. Abu Hassan ha quindi capito dalla sua ammissione che si trattava di un colono di uno degli avamposti agricoli situato nei pressi di Biddya.

Ad un certo punto, i due uomini raccontano che, mentre gli abusi continuavano, è arrivato un altro uomo per interrogarli. Abu Hassan ricorda che gli è stato chiesto più volte dove avessero pianificato di compiere l’attacco coi coltelli. Khaled racconta di essere stato interrogato soprattutto su questioni personali. “Come si chiama tua madre? Come si chiama tua sorella? Chi è la tua ragazza?. Le domande erano in arabo”, racconta.

“La violenza era implacabile”, dice Abu Hassan. “Ci hanno versato addosso dell’acqua, ci hanno urinato addosso e poi qualcuno ha cercato di infilarmi un bastone nel sedere. Ho lottato con tutte le mie forze finché ci ha rinunciato”.

Secondo i due uomini, dopo circa sei ore sono stati portati fuori dall’edificio e gettati a terra, legati e in mutande.

E’ in questo momento che qualcuno li ha fotografati e ha diffuso le loro immagini, pubblicandole sulla pagina Facebook di una società chiamata Metzuda – the Security World of Israel. Le immagini, che nel frattempo sono state cancellate, mostravano anche un altro palestinese, della cui presenza Khaled e Abu Hassan non erano a conoscenza fino a quando non sono stati rilasciati. Nell’immagine si vede un uomo delle IDF in uniforme, in posizione obliqua. L’immagine su Facebook ha il titolo “Un tentativo di infiltrazione terroristica alla fattoria Ben Pazi, vicino a Kochav Hashachar. Le nostre forze hanno catturato i terroristi”.

Il terzo palestinese che si vede nella foto (a sinistra) è Majd (il cui nome completo è riservato), residente di Wadi as-Seeq, 30 anni, il quale racconta che coloni e soldati sono entrati nel villaggio verso le 10 del mattino.

“Ero a casa quando tutto è iniziato. Hanno sparato in aria, facendo uscire la gente dalle case e urlando di sederci a terra. La maggior parte della gente è fuggita, ma hanno preso me e mi hanno picchiato con fucili e manganelli. Mi hanno legato con una corda. Mi hanno preso il cellulare, i documenti e tutto quello che era in auto. Faceva caldo, la testa mi sanguinava. Mi sono ripreso e ho perso conoscenza più volte”, racconta.

Come detto, i tre palestinesi sono stati liberati dalle manette solo verso sera da un soldato dell’amministrazione civile, arrivato in compagnia di altre persone. I palestinesi raccontano che il soldato ha permesso loro di parlare con le famiglie e di chiamare un’ambulanza palestinese che li ha portati in ospedale. Nessuno di loro è stato fermato per ulteriori interrogatori, nemmeno Abu Hassan, che in un primo momento era stato accusato dai soldati di aver pianificato un attacco terroristico.

Abu Hassan è stato ricoverato per una notte, Khaled per due giorni e mezzo e Majd per due giorni. “Riuscivo a malapena a stare in piedi. Sanguinavo dappertutto. Mi faceva male tutto”, racconta Abu Hassan. Secondo i tre, sono stati presi i loro telefoni, un’auto, altri oggetti nella macchina e 2.200 Shekel in contanti.

Un gruppo misto di soldati e coloni

In contemporanea con questi eventi, in un’altra zona del villaggio, cinque attivisti israeliani di sinistra, tra cui un minorenne, sono stati trattenuti per ore. Tre di loro, che hanno parlato con Haaretz a condizione di mantenere l’anonimato, si erano recati nel villaggio quella mattina per aiutare i residenti costretti ad andarsene.

Secondo gli attivisti, quando hanno sentito che i coloni avevano attaccato i palestinesi all’ingresso del villaggio, si sono anch’essi recati sul posto. “Quando ci hanno visto, hanno iniziato a inseguirci”, racconta T., uno degli attivisti. “Alcuni di loro erano in uniforme o con metà uniforme e metà abiti civili, ma i loro veicoli erano civili”.

Gli attivisti israeliani sono riusciti a filmare questa fase degli eventi e ad inviarla in tempo reale ad altri attivisti che in quel momento erano a casa. Il video è arrivato anche ad Haaretz, ma non è stato pubblicato per proteggere gli attivisti che chiedono di rimanere anonimi. Insieme alla fotografia pubblicata su Facebook, il video è una delle poche documentazioni rimaste dell’incidente.

Gli attivisti israeliani affermano anche di aver visto Neria Ben Pazi sul posto.

“Ci siamo nascosti per diverse ore in un complesso semi-abbandonato di proprietà di una delle famiglie”, racconta D. “La maggior parte delle persone era già andata via, ma una famiglia si è nascosta lì con noi”.

Mentre si nascondevano, racconta, hanno notato che i coloni stavano inseguendo i pochi palestinesi rimasti nel villaggio.

“La gente correva verso il wadi con le pecore e tutto il resto, donne e bambini in preda al panico. Non tutti sono riusciti a scappare”, racconta T. “Hanno catturato due palestinesi e abbiamo potuto vedere che sono stati presi a calci, buttati a terra su una roccia, mentre i coloni stavano sopra di loro con gli M-16”.

Erano soldati? Coloni?

“Erano un gruppo misto. Alcuni erano in uniforme completa, altri indossavano un giubbotto antiproiettile dell’esercito e metà avevano uniformi di classe B. Alcuni erano mascherati. Alcune auto avevano i lampeggianti, altre no”.

Gli attivisti hanno detto che mentre si nascondevano hanno chiamato la polizia più volte. Anche gli attivisti che non si trovavano sul posto, ma che avevano ricevuto le chiamate di soccorso, hanno chiamato la polizia per ricevere aiuto. Non si è visto un solo agente di polizia. Intorno alle 14, gli attivisti e le famiglie palestinesi sono usciti dal nascondiglio, sperando di raggiungere le auto per fuggire. Ma poi, raccontano, sono incappati in un veicolo bianco dal quale sono usciti una decina di soldati con elmetti e giubbotti antiproiettile. Hanno confiscato la macchina fotografica di uno degli attivisti e i telefoni cellulari degli altri. I tentativi degli attivisti di spiegare che stavano cercando di allontanarsi  dal posto non sono serviti a nulla.

“Hanno spinto me e il mio amico a terra, ci hanno ammanettato e ci hanno gridato ogni genere di cose: ‘Sei qui con il nemico’, ‘Stai aiutando il nemico’. Erano scatenati”, racconta T. “Ci sono state anche delle percosse. Ci hanno picchiato con i loro fucili. Il mio amico è stato preso a calci in faccia”.

D. racconta che erano i coloni a gestire la situazione. “Uno dei coloni ha detto che sono un sostenitore del terrorismo, così un soldato, che sembrava essere un riservista, non un colono, è corso verso di me a circa due metri di distanza e mi ha dato un pugno. I palestinesi erano ammanettati, con i volti nella sabbia, mentre i coloni e i soldati pestavano le loro spalle”, racconta. “Ho visto che uno di loro sanguinava dal viso. A un certo punto, un colono ha preso uno dei portafogli dei palestinesi e ne ha sparso il contenuto in aria. Abbiamo visto un soldato che teneva fermo un palestinese mentre un colono lo prendeva a pugni. Era evidente chi lavorava per chi”.

In seguito, raccontano gli attivisti, sono stati portati in auto in uno degli edifici del villaggio, poi anche altri attivisti sono stati portati lì. I soldati hanno ispezionato la macchina fotografica e il telefono, cancellando le immagini, poi hanno detto loro che “erano in arresto perché sospettati di aiutare il nemico in tempo di guerra”.

A questo punto, raccontano, sono stati liberati dalle manette, ma i soldati hanno iniziato a minacciarli. “Non lo dimenticherò mai”, racconta Z. “Dicevano cose come: ‘Questi sinistrorsi sono uguali agli hamasniki’. Un soldato mi ha detto: ‘Sai la storia di Davide e Amalek? Non c’era solo Amalek. C’erano anche gli informatori. È come i sinistrorsi di allora, e Davide uccise anche loro, proprio come Amalek. Voglio sparare in testa a tutti i sinistrorsi’. Non ci hanno lasciato andare per tre ore e ogni tanto ci chiedevano chi di noi fosse ebreo”.

Secondo Z. e altri attivisti, non era ancora del tutto chiaro se fossero trattenuti dai coloni o dai soldati. Ad un certo punto, un giovane con i capelli biondi e una maglietta di Hashomer Judea and Samaria (un’organizzazione che addestra guardie per gli avamposti illegali), che avrebbe potuto avere circa 16 anni, è stato messo a far loro da guardia.

Verso le 5 del pomeriggio, gli attivisti israeliani sono stati rilasciati. “Prima è arrivato un colono con il classico look: capelli neri, in abiti civili”, racconta Z. “Ha detto: ‘Ci piacerebbe farvi a pezzi’. Dopo di lui è entrato un ragazzone, tutto muscoli, che sembrava appartenere a qualche commando: armi, pugnali, un arsenale completo. Molto curato e professionale. Non sembrava un colono. Ha detto: ‘Non tornerete qui, altrimenti capite che vi faremo a pezzi. Andate via da qui e non tornate’”.

Secondo quanto riferito dagli attivisti, hanno quindi ordinato loro di entrare nell’auto e sono stati avvertiti che sarebbero stati seguiti e che avrebbero trovato i loro telefoni cellulari nel bagagliaio. È stato vietato loro di usarli prima di raggiungere Gerusalemme. Quando però hanno superato il posto di blocco verso il lato israeliano, hanno scoperto che i telefoni cellulari erano scomparsi insieme alla macchina fotografica, del valore di 12.000 NIS, che era stata sottratta fin dall’inizio dell’accaduto.

Ad oltre una settimana dall’episodio, le vittime stanno ancora faticando a riprendersi. Majd si trova attualmente in una residenza temporanea, dopo che tutti i residenti del suo villaggio sono fuggiti. Abu Hassan ha parlato con Haaretz con la voce molto debole e con un evidente dolore. Anche Khaled era molto turbato durante la conversazione. Gli attivisti israeliani, da parte loro, hanno descritto l’accaduto come straordinariamente violento e terrificante.

Abu Hassan ritiene che il motivo per cui lui, nello specifico, è stato maltrattato, compreso il tentativo di violenza sessuale, è perché è noto tra i coloni come un attivista che aiuta i pastori. “Volevano mandare due messaggi: uno, che gli ebrei adesso sono impazziti (dopo l’attacco di Hamas alle comunità israeliane); e due, che noi arabi non dobbiamo osare metterci contro di loro”, afferma. “Ho detto che mi oppongo ad Hamas e alla Jihad islamica, ma a loro non importava. Hanno detto che tutti gli arabi sono una merda e dovrebbero essere mandati in Giordania. Quello che è successo non ha nulla a che fare con la legge, l’ordine o il governo di un paese normale. Così come si presenta, si tratta semplicemente di una banda”.

IDF: Il comandante è stato rimosso

Il portavoce delle IDF ha dichiarato in risposta all’accaduto: “Una forza delle IDF è arrivata in una fattoria nella zona di Wadi Zik, nel settore della Brigata Regionale Benyamin, a seguito di una segnalazione riguardante alcuni sospetti palestinesi. L’unità ha catturato i sospetti e, dopo averli perquisiti, ha trovato un coltello e un’ascia. La detenzione e la condotta della forza sul campo hanno contravvenuto a quanto ci si aspetta solitamente dai soldati e dai comandanti delle IDF. L’incidente è oggetto di indagine da parte dei comandanti poiché sono emerse numerose discrepanze. A seguito dell’indagine preliminare, è stata presa la decisione di rimuovere il comandante dell’unità che ha effettuato l’arresto. Date le circostanze e la gravità dei sospetti, si è deciso di aprire un’indagine da parte della polizia militare. In ogni scontro, le forze delle IDF sono tenute ad agire per dividere le parti al fine di mantenere la sicurezza e l’ordine nel distretto”.

Lo Shin Bet ha dichiarato: “Lo Shin Bet non ha nulla a che vedere con l’incidente descritto. Nessuna parte per conto dello Shin Bet era presente e il caso non è gestito dallo Shin Bet”.

Nessuna risposta è arrivata da Neria Ben Pazi o dalla polizia.