Intervista all’ex ministro palestinese Osama Alisawi: serve un’alleanza dei musulmani

Osama Alisawi è Professore associato di Ingegneria dell’architettura all’Università islamica di Gaza. Laureato in Architettura al Politecnico di Milano è stato Ministro dei trasporti e delle comunicazioni e della tecnologia dell’informazione nei governi guidati da Ismail Haniyeh

Abbiamo parlato con lui della situazione a Gaza e in Palestina alla luce dei recenti fatti di politica internazionale che hanno interessato la regione mediorientale.

 

Il riposizionamento saudita e dei suoi alleati nella penisola in merito al questione palestinese e la fine dei regimi filo palestinesi in Iraq e Libia ha mutato profondamente la situazione delle alleanze geopolitiche in Medio Oriente. Ad onta del sentimento di solidarietà che alberga generalmente i tutti i popoli musulmani, sembra che solo Turchia e Qatar nel campo sunnita e l’Iran sciita siano rimasti vicini ai palestinesi. Credi che questa vicinanza politica ed economica possa garantire la continuazione della lotta contro l’occupazione della Palestina e contro l’assedio di Gaza?

Certamente, la posizione di qualsiasi governo o entità popolare, governi, paesi o popoli e società accanto al popolo palestinese nella sua giusta lotta contro l’occupazione sionista è un vantaggio per questa popolazione occupata da più di settant’anni e che cerca in tutti i modi di sbarazzarsi di questa occupazione. La posizione di qualsiasi Paese accanto al popolo palestinese nella sua lotta contro l’occupazione è un forte sostegno, così come qualsiasi riavvicinamento e cooperazione politica o economica. Questo contribuisce a sostenere gli sforzi della nostra gente e la sua resistenza all’occupazione in generale e lo sforzo per rompere il brutale assedio imposto sulla Striscia di Gaza, che dura da 14 anni. Il popolo palestinese continua a sperare nell’unità di tutti i paesi arabi e musulmani in un’alleanza geopolitica ed economica, in particolare in Medio Oriente, perché ciò è nell’interesse della causa palestinese.

La guerra in Siria ha riproposto ed allargato lo scontro storico tra le due componenti più importanti del mondo islamico e da parte sunnita si è rimproverato ai palestinesi di Gaza di mantenere relazioni con Teheran. Questo fatto potrebbe isolare ancor più la resistenza? In questo quadro quali sono le prospettive a medio e lungo termine che credi ci siano per la Resistenza all’occupazione e all’assedio?

Naturalmente, la stabilità degli Stati arabi è nell’interesse della causa palestinese, la guerra in Siria ha avuto un influenza negativa sulla questione palestinese e sul popolo palestinese, ed in particolare, per i palestinesi che vivono nei campi profughi in Siria, che sono stati nuovamente costretti a sfollare.

È vero che la resistenza palestinese apre le porte a chiunque voglia appoggiarla, ma non a spese di principi e valori.

La resistenza palestinese è stata al fianco del popolo siriano, che è insorto contro il suo governo e, allo stesso tempo, ha mantenuto le sue relazioni con l’Iran, che l’ha sostenuta e la sostiene. Questo ha suscitato il malcontento di alcuni paesi del Golfo che, dal canto loro, non hanno adempiuto al loro ruolo nel sostenerci. La resistenza cerca di mantenere buoni rapporti con tutti e apre le porte a coloro che gli forniscono denaro e armi senza condizioni, e questo è ciò che sta accadendo con l’Iran. I paesi arabi, in pratica, non hanno fornito il supporto necessario, materiale, morale o politico, quindi la realtà della resistenza e il suo isolamento non cambieranno molto.

Da più parti si dice che la Russia di Putin, dopo aver consolidato la sua posizione in Siria abbia intenzione di espandere la sua influenza nel Mediterraneo appoggiandosi sull’Egitto. Ci sembra che Gaza possa correre il rischio di essere fagocitata in questa dinamica di potere. Qual’è la strategia del movimento politico egemone nella Striscia di fronte a questa minaccia?

Penso che questi anni siano stati un periodo di instabilità nella maggior parte dei paesi arabi, e nei paesi in cui non c’è guerra, non c’è comunque stabilità politica. Inoltre l’inasprirsi del conflotto tra l’Iran e gli USA, la preoccupazione della Turchia per la sua situazione interna e geostrategica, e persino le elezioni israeliane, rendono difficile prevedere il futuro della regione in generale, così come la realtà della resistenza palestinese in particolare.

La resistenza si trova di fronte alla mancanza di aiuti, all’aumento del blocco imposto alla Striscia di Gaza e al continuo coordinamento della sicurezza tra occupazione e autorità palestinese. Tutti questi fattori rendono difficili le scelte le nostre scelte e aumentano la necessità dell’unità dei ranghi nazionali. Si lavora per l’intesa tra le diverse componenti per far fronte a questi cambiamenti e, d’altro canto, lavoriamo maggiormente sulla comunicazione affinchè i popoli europei possano esercitare pressione sull’occupazione sostenuta dall’America.

Questo gioco delle forze politiche internazionali nel Medio Oriente non influenzera molto la realtà della Striscia di Gaza: la situazione non sarà peggiore di quanto non sia ora. La strategia del movimento e la natura del suo lavoro si basano sulla sua esistenza, sul lavoro all’interno dei territori palestinesi e aprendo scenari di relazioni con tutti i paesi e tutti i popoli

Da molti mesi ogni venerdì la gente di Gaza protesta contro l’assedio pagando un prezzo di sangue molto alto. Ultimamente non abbiamo più notizie in merito. La protesta è finita? O continua in altri modi?

La libertà merita il sacrificio dei popoli, l’occupazione pratica ogni tipo di tortura contro di noi, incluso l’assedio, questo implica che non è possibile rimanere fermi, non reagire.

Il popolo di Gaza, attraverso le marce di ritorno che si svolgevano ogni venerdì nei campi di ritorno istituiti nei cinque governatorati della Striscia, ai confini con la Linea verde che lo separa dai territori occupati nel 1948 e 1967, ha cercato di consegnare un messaggio al mondo rivendicando il suo diritto di tornare alle loro terre occupate, ma dopo più di sessanta marce il comitato che le coordina, composto dalle tutte le componenti politiche, ha deciso che queste manifestazioni dovevano essere riorganizzate e tenute in occasioni speciali e comunque ogni volta che se ne sarebbe presenta la necessità. La marcia del ritorno è un mezzo e non un obiettivo e si stanno studiando altri mezzi di protesta

I palestinesi che sono cittadini israeliani hanno presentato una lista unitaria alla Knesset, cosa pensi di questa iniziativa e in generale della loro partecipazione nelle istituzioni israeliane?

La partecipazione alle istituzioni israeliane, inclusa la Knesset, non cambierà la realtà dell’occupazione, neanche il modo in cui i sionisti pensano e il modo in cui trattano i palestinesi, sia che si trovino nei territori occupati nel 1948 e abbiano la cittadinanza israeliana o nei territori occupati nel 1967

Credo che la partecipazione dei palestinesi alle elezioni israeliane sia nell’interesse dell’occupazione, poiché l’entità sionista appare come una democrazia, mentre sta mette in atto le peggiori persecuzioni razziste sul campo.

Ci sembra che l’illusione dei “due Stati” sia ormai del tutto sfumata. La prospettiva di uno stato unico sul territorio della Palestina mandataria, laico e democratico è credibile? Cosa ne pensano i palestinesi di Gaza, della Cisgiordania e nella diaspora?

I palestinesi vogliono vivere in libertà, dignità, sicurezza e pace nelle loro terre e in un loro Stato, essi ritengono che la Palestina, tutta la Palestina il gli spetti di diritto, ma al momento non rifiuterebbero di accettare qualsiasi parte liberata dall’occupazione israeliana nella speranza di ripristinare il resto dei loro diritti. Essi non temono in fatto che tutti povrebbero vivere su questa terra, in piena comprensione e cooperazione, qualunque sia la loro religione. Non vi è alcun problema tra palestinesi ed ebrei, il vero problema dei palestinesi è l’occupazione che ha rubato loro la terra e conculcato tutti i loro diritti privandoli della libertà

In ultimo, vuoi commentare le dichiarazioni del segretario della Lega secondo il quale “l’antisemitismo è causato dalla presenza dei musulmani in Italia”?

Non ho letto quello che ha detto Salvini, ma dico a lui e a tutti coloro che gli danno credito di pensare bene prima di fare affermazioni inaccettabili. Di studiare la storia e capire cosa significa antisemitismo.

Ma se intende gli ebrei che risiedono in Italia, gli dico che tra i musulmani e gli ebrei italiani c’e solo il rispetto a condizione che non partecipino alla èersecuzione del popolo palestinese. Gli immigrati musulmani, si hanno a cuore la sicurezza dell’Italia e così in qualsiasi paese in cui si trovano, come gli altri cittadini del Paese

Nessun commento

Lascia un commento sull'articolo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.