La Turchia a Idlib è in un vicolo cieco?

La mattina del 28 febbraio, la Turchia si è svegliata sconvolta dalla morte di 33 dei suoi soldati a sud della città siriana di Idlib. La dinamica dell’attacco non è ben chiara, ma i soldati turchi sarebbero stati l’obiettivo di un bombardamento delle forze del regime siriano che, dal settembre del 2015, è sostenuto dalla Russia.

La presenza turca ad Idlib era il risultato degli accordi di Sochi del 2018, i quali puntavano a creare una fascia di sicurezza demilitarizzata. La Turchia intendeva e intende mantenere la sua presenza militare nella zona per prevenire un massacro e poter portare aiuti umanitari alla popolazione. Gli accordi di Sochi, appunto, erano stati preceduti da una serie di intese, sempre tra Turchia e Russia, per ottenere una de-escalation dell’orribile conflitto siriano e scongiurare massacri di civili in diverse zone del paese.

Idlib era il rifugio per tutte quelle persone ricercate dal regime

Per mettere fine ai violenti scontri, questi accordi prevedevano lo spostamento dei civili e dei militanti e Idlib era servita come rifugio per tutte quelle persone ricercate dal regime. Bisogna qui ricordare che coloro che scappano dal regime non sono solo “terroristi”—così come Damasco definisce tutti gli oppositori—, ma anche le migliaia di persone che si sono rifiutate di servire nelle file dell’esercito siriano durante la guerra civile, gli oppositori politici, giornalisti indipendenti e attivisti.

Nel 2011, prima della guerra civile, Idlib aveva una popolazione di un milione e mezzo di persone. Oggi, secondo fonti turche, la popolazione sarebbe vicino ai quattro milioni.

Ankara vorrebbe evitare un nuovo afflusso di profughi 

Un recente sondaggio condotto dalla Syrian Association for Citizens’ Dignity mostra che meno del 10% dei profughi arrivati ad Idlib da zone riconquistate dai russi e dal regime vorrebbero rimanere in aree controllate da Damasco. Questo significa, che nell’eventualità di ulteriore avanzata, gran parte di questa gente cercherebbe rifugio in Turchia. E proprio l’intenzione di Ankara di evitare un ulteriore afflusso di profughi costituisce la seconda ragione della presenza militare turca ad Idlib.

Mosca e Damasco vogliono ristabilire la sovranità del regime, ora anche ad Idlib

Ma cosa vogliono invece la Russia e Assad ad Idlib? Dal 2015 ad oggi, l’obiettivo di Mosca e Damasco è quello di ristabilire la sovranità del regime su tutto il territorio siriano. Gli accordi di Sochi erano serviti al regime per evitare grossi massacri e poter dispiegare le proprie forze nei punti più caldi del conflitto. Era chiaro, però, che la Russia intendeva gli accordi di Sochi ed Astana come provvisori. Oggi, per Damasco, non c’è alcuna ragione per rinviare le operazioni nella regione di Idlib.

La comunità internazionale, infatti, si è mostrata distratta ed indifferente alla drammatica situazione umanitaria. L’opinione pubblica, poi, oggi è concentrata sul pericolo del coronavirus e difficilmente farebbe pressioni per un processo politico per risolvere il conflitto siriano nonostante sia nota la brutalità delle operazioni militari russe e siriane.

Dunque quali sono le prospettive per la Turchia? Questa è una domanda a cui nessuno sa rispondere qui in Turchia, e questo ha creato una forte rabbia nel paese.

Sembra sicuro che nessuno si auspichi un conflitto diretto con la Russia. La cosa è stata ribadita in queste ore anche da Putin ed Erdoğan. Questo, però, è un paradosso perché il regime siriano sta vincendo la guerra civile solo grazie al sostegno militare ed economico russo. Di conseguenza ogni azione del regime è indirettamente anche russo.

La superiorità militare russa e la sua influenza economica

Eppure, il conflitto con la Russia deve essere evitato perché la superiorità militare russa è indiscutibile e ben pochi membri della NATO sarebbero disposti a sostenere la Turchia contro la Russia. La Russia ha anche una enorme influenza economica. Non solo perché Ankara dipende energeticamente dalla Russia ma anche perché è un importante acquirente di prodotti turchi (specialmente quelli agricoli) e nel 2019 circa sette milioni di turisti russi hanno visitato il paese. La Russia, infine, ha un apparato mediatico molto sofisticato che potrebbe ulteriormente danneggiare l’immagine del governo turco all’estero, ma anche all’interno, Sputnik ad esempio è il canale di informazione più seguito sui social in Turchia.

Un conflitto solo con il regime di Assad anche è impensabile. Le forze del regime e quelle russe lavorano necessariamente insieme e ogni azione contro le truppe di Damasco rischierebbero sempre di fare vittime anche tra i soldati russi. Inoltre, la Russia non ha nessuna intenzione di abbandonare il proprio alleato, che non ha bisogno di ritirarsi—visto che la sua campagna di Idlib prosegue in linea con le loro priorità strategiche.

Nessuna possibilità di proteggere i civili innocenti

Da mesi, molte forze politiche dell’opposizione in Turchia hanno chiesto un cambiamento radicale della politica siriana. In modo particolare di ristabilire rapporti con Assad. Queste forze politiche, infatti, seppur riconoscano le enormi responsabilità del regime, ammettono che la guerra civile è stata vinta da Damasco ed è solo con il regime che la Turchia potrà riconquistare la sicurezza dei propri confini.

Se si adottasse questa politica, però, non ci sarebbe nessuna possibilità di proteggere i civili innocenti. Inoltre, eventuali immagini del ritiro delle forze turche rappresenterebbero una sconfitta della politica estera turca, ma anche una sconfitta personale di Erdoğan.

Dall’altra parte Erdoğan non si può permettere un ennesimo flusso di rifugiati che il paese non può affrontare né economicamente né politicamente. L’opinione pubblica, infatti, è sempre più ostile ai rifugiati siriani. Permettere poi ai profughi di superare il confine, come sembrerebbe abbiano fatto le autorità locali, non solo è un tradimento alla generosità turca, che ha ospitato quasi quattro milioni di profughi con pochissimo sostegno internazionale, ma anche un atto di ostilità verso l’Europa, di cui la Turchia ha bisogno. Infine il clima di conflitto sta danneggiando l’economia del paese, già in difficoltà.

Negli ultimi due giorni di contrattazione di questa settimana la borsa di Istanbul ha perso poco più dell’8% e l’euro è schizzato da 6,77 a 6,88 lire. Tutti dati che manderebbero in fumo la timida ripresa dell’economia.

L’arrancare dell’economia è il fattore principale del malcontento dell’elettorato turco. La morte dei propri soldati in territorio straniero non fa altro che aumentare questo malcontento. Oggi, per la prima volta, per le strade di Istanbul tutti criticavano aspramente la politica turca in Siria e vocalmente Erdoğan. Adesso, dunque, sembra che Ankara sia costretta a scegliere il danno minore.

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