Isabelle Eberhardt: l’esploratrice intrepida che abbracciò l’islam travestita da uomo

In questa strana, persino un po’ grottesca situazione, che qui in Italia ha creato l’incontro fatale della pandemia di coronavirus con una classe politica e una burocrazia mediocri e ottuse, pensiamo per un momento ad altro; a personaggi le cui storie intrigano e allo stesso tempo confortano perché raccontano della grandezza a cui gli esseri umani possono, se Iddio vuole, aspirare. Una di queste storie, che sicuramente vale la pena di raccontare, con l’umile ambizione di suscitare in chi ne venga a conoscenza la voglia di approfondire, è la storia di Isabelle Eberhardt.

Isabelle Eberhardt nasce nel 1877 a Ginevra; sua madre è un’aristocratica russa, il padre resta ignoto, anche se la maggior parte degli studiosi propende a identificarlo con Alexandre Trophimosky, il suo istitutore, una singolare figura di ex pope russo diventato anarchico. Non mancano però coloro che, probabilmente mitizzando, attribuiscono ad Arthur Rimbaud o addirittura a Nietzsche la paternità della ragazza.

Il primo racconto infernalia

Comunque sia, Isabelle vive in un ambiente culturale stimolante, intriso di spirito libertario e moderno, e fin da bambina si appassiona alla lettura: è un’anima inquieta, aspira a orizzonti grandi e lontani; i libri che più l’appassionano sono i libri di avventura e di viaggio. Ben presto scopre in sé la vocazione letteraria e inizia a scrivere. Nel 1895, quando dunque aveva solo diciott’anni, il suo primo racconto viene pubblicato dalla Nouvelle Revue Moderne, col titolo infernalia. 

La conversione all’Islam

Sogna a occhi aperti mondi esotici e lontani. Per una serie di avvenimenti, nel maggio del 1897, Isabelle si trova in Algeria, a Bona, l’attuale Annaba, insieme a sua madre. Entrambe si convertono all’Islam. Nel novembre dello stesso anno la madre muore, e viene sepolta con rito musulmano nel cimitero locale. A dicembre dello stesso anno è costretta col suo tutore a rientrare a Ginevra. Ritroverà un anno e mezzo più tardi la Tunisia e poi l’Algeria, dove si reca per la prima volta a sud di Costantina, e dove farà le prime esperienze del deserto. Scopre il mondo aspro e assolato del sud algerino e se ne innamora perdutamente.

La soluzione per viaggiare da sola

Viaggiare sola per una giovane donna a inizio del ventesimo secolo nell’Africa nord occidentale è cosa non semplice e così, per aggirare le difficoltà, che un’impresa del genere poteva allora comportare, si traveste da uomo e, anche se la gente che incontra e con la quale ha rapporti, per sua stessa ammissione, non fa fatica ad accorgersi del suo travestimento, si fa passare per un musulmano di origini armene e prende il nome di Si Mahmoud.

Nel 1900 si trova a El Oued dove conosce un giovane sottufficiale degli Spahi, un corpo coloniale francese, Slimene Ehnni, che diventerà l’uomo della sua vita, e entra a far parte della confraternita sufi della Qadriya, diventando amica e confidente dello Sheik Sidi Lachmi ben Brahim. Nel gennaio del 1901, viene aggredita e ferita piuttosto seriamente a colpi di sciabola, da un sufi appartenente alla confraternita dei Tidjaniya, tale Abdallah ben Mohammed, che si dice ispirato da Allah. Se la cava con un mese di ospedale e chiederà clemenza per il suo aggressore, il quale viene condannato ai lavori forzati mentre lei viene espulsa e costretta a ritornare a Marsiglia.

1902, anno in cui Isabella diventa cittadina francese

Nel 1902 sposa Slimene Ehnni, diventando, grazie a questo matrimonio, cittadina francese. La cittadinanza francese le dà il diritto di rientrare in Algeria. Negli anni che seguono Isabelle non cessa di viaggiare in Algeria e in Marocco. Diviene collaboratrice del settimanale Akhbar e nel settembre del 1903 parte al seguito dell’esercito francese come corrispondente di guerra nel sud oranese, ai confini col Marocco.

Nell’ottobre del 1904, in seguito ad una violenta pioggia, la sua casa di Aïn Sefra, un villaggio a sud di Orano, non lontano dal confine col Marocco, viene investita dalla piena di un fiume improvvisamente ingrossato e uscito da un letto che durante l’anno è quasi perennemente asciutto. Isabelle si attarda nel tentativo di salvare i suoi manoscritti, ma sommersa dall’acqua e dal fango, muore annegata. Il suo corpo verrà ritrovato solo dopo sei giorni. Aveva 27 anni.

Quelle che seguono sono alcune frasi tratte dai suoi scritti, scelte a caso, e che ci asteniamo dal commentare, per lasciarle sole al piacere di chi le legge.

Dovrei ispirarmi nelle grandi idee evocatrici del passato, e nella fede islamica, che è la pace dell’anima. Certo, alla fine di tutto c’è il silenzio e c’è la tomba. Ma tutto quello a cui aspiro servirà ad addolcire le peripezie di questo dramma inspiegabile che ha nome vita, e nel quale bisogna prender parte… (da Vagabondaggi)

Sotto quale cielo e in quale terra riposerò io, nel giorno che il destino ha fissato? Mistero… E tuttavia vorrei che le mie spoglie fossero poste nella terra rossa della bianca Annaba, dove lei dorme… oppure altrove, non importa dove, nella sabbia bruciata del deserto, lontano dalle banalità profanatrici dell’Occidente invasore… (Idem)

Vestita come si conviene a una giovane ragazza europea, non avrei visto nulla, il mondo sarebbe stato chiuso per me, perché la vita esteriore sembra essere stata fatta per l’uomo e non per la donna. E invece amo immergermi nel mare della vita popolare, e sentire le onde della folla passarmi addosso, e impregnarmi della vita del popolo. (Idem)

Che dire, che cantare sui tramonti del sole nel deserto? Dove trovare parole bastanti a fissarne lo splendore, a esprimerne il fascino, la malinconia e il mistero? (Idem)

Dietro di noi l’immensità del Sahara si stendeva già nell’ombra. Il disco del sole, rosso e privo di raggi, discendeva verso la linea pressoché nera del deserto, in mezzo ad un oceano di porpora. «È la nostra patria,» io dico, e aggiungo: «In châ Allah! Presto ritorneremo per non lasciarla più.» «Amin» dice lui, oppresso come me e triste per dover lasciare questa terra, la sola nella quale avremmo voluto morire (Idem)

Come sempre in cammino nel deserto, sento una grande calma scendermi nell’anima. Non rimpiango nulla, non desidero nulla, sono felice (Idem)

Paese incantatore, paese unico, dove è il silenzio, dove è la pace attraverso la monotonia dei secoli. (Idem)

Oh, il dolce assopimento dei sensi e della coscienza, nella monotonia della vita nel paese del sole! Oh, la dolce sensazione di lasciarsi vivere, di non pensare più, di non agire più, di non costringersi più a nulla, di non rimpiangere più, di non desiderare più, solo la durata indefinita di ciò che è! Oh, il beato annullamento dell’io, in questa vita contemplativa del deserto!… Tuttavia a volte vi sono ancora quelle ore inquiete dove lo spirito e la coscienza, non so perché, si risvegliano dal loro lungo sonno e ci torturano (Idem)

Inerte resta la mia mano e silenziose le mie labbra. Tuttavia ben comprendo la fatalità universale: è la bruciatura deliziosa e torturante di amare che fa cantare l’uccello a primavera, e gli immortali capolavori del pensiero che sono usciti dalla sofferenza umana… (Idem)

Tre cose per aprirci gli occhi all’abbagliante aurora di verità: il Dolore, la Fede, l’Amore- tutto l’amore (Idem)

Al risveglio, ritrovo qui le conversazioni calme, segrete ed educate che fanno trascorrere le lunghe ore dei giorni sempre uguali, ovunque dove, intatta, la grande spensieratezza islamica non è stata toccata dalla dissolvente agitazione europea. (Ritorno al Sud)

Parlar poco, ascoltare molto, non lasciarsi andare: tali sono le regole da seguire per piacere negli ambienti arabi del Sud, e per trovarsi a proprio agio. (Ritorno al Sud)

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