”Israele non è una democrazia liberale”. Ulteriore colpo di grazia alla reputazione israeliana dal prestigioso indice V-Dem


In un repentino ribaltamento di rotta, Israele si trova ora ad affrontare un’ulteriore significativo colpo alla sua reputazione, mettendo fine ad una lunga ( e già controversa) eredità di cinquant’anni. Per la prima volta in mezzo secolo, infatti, Israele è stato declassato dallo “democrazia liberale” alla meno rispettata classificazione di “democrazia elettorale” nel prestigioso indice V-Dem. Questo improvviso mutamento, come evidenziato dall’indice V-Dem stesso, è il risultato di una serie di azioni del regime israeliano che hanno condotto a quello che gli esperti hanno definito come un “colpo di stato giudiziario”.

L’indice V-Dem è un riconosciuto indicatore globale della democrazia che coinvolge oltre 200 nazioni e ha storicamente collocato Israele al vertice della classifica insieme alle “democrazie liberali”. Tuttavia, l’indice non è immune da pregiudizi. Il rating V-Dem non si basa esclusivamente sul sistema elettorale di un paese, ma anche su altri aspetti che definiscono una democrazia, come l’indipendenza del sistema giudiziario, il livello di libertà accademica, l’apertura della società civile e la libertà di espressione nei media di massa. V-Dem ha analizzato la natura dei sistemi di governo e la qualità della democrazia in ogni paese del mondo fin dal lontano 1789.

Tuttavia, nella sua metodologia, V-Dem non sembra aver preso in considerazione il controllo di Israele su circa cinque milioni di palestinesi e la sua occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Quasi ogni importante organizzazione per i diritti umani ha accusato Israele del crimine di apartheid, evidenziando la discriminazione subita dai non ebrei. Inoltre, i leader israeliani hanno dichiarato esplicitamente l’intenzione di controllare tutto il territorio della Palestina storica, dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, senza concedere l’autodeterminazione ai palestinesi. Il Rapporto sulla Democrazia V-Dem del 2024, pubblicato la scorsa settimana, non sembra aver preso in considerazione questi fattori. Nonostante questo evidente pregiudizio accademico, l’indice ha comunque declassato Israele. La recente retrocessione ha in questo modo relegato Israele al fianco di paesi caratterizzati da ritardi democratici come Polonia e Brasile.

Il motore di questa retrocessione, che ha il difetto di non aver considerato l’elemento dell’apartheid,  ha origine dalle modifiche al sistema giudiziario israeliano orchestrato dal governo. Le misure adottate comprendono una riforma legislativa e il ridimensionamento del ruolo della magistratura. L’approvazione di una legge nel 2023, mirante a limitare il potere della Corte Suprema di invalidare leggi, ha segnato un momento cruciale in questo processo. Inoltre, gli indicatori di trasparenza, prevedibilità del diritto e libertà dalla tortura hanno subito forti declini.

I critici hanno sottolineato che le manovre legislative volte a ridurre il controllo giudiziario come una chiara violazione dei principi fondamentali della democrazia liberale. Anche se alcune leggi hanno affrontato sfide legali e successive invalidazioni, l’intento di tali azioni sottolinea una preoccupante tendenza a consolidare il potere esecutivo a spese dei controlli e dei bilanciamenti democratici.

Le conseguenze di questa retrocessione vanno oltre la mera classificazione. Il passaggio di Israele a una “democrazia elettorale” rappresenta un riconoscimento della violazione israeliana dei principi democratici, tra cui l’uguaglianza, i diritti delle minoranze, la libertà di espressione e lo stato di diritto. Il diritto di voto, pur preservato, non è più sostenuto da essenziali salvaguardie democratiche, gettando un’ombra sulle credenziali dell’entità sionista.

 La discesa nella valutazione democratica di Israele è un segnale limitato ma forte. Se l’indice avesse preso in considerazione le leggi speciali per gli arabi che vivono nei territori israeliani e le misure apartheid non  è difficile prevedere come il rating avrebbe de facto relegato Israele ad una autocrazia. Mentre il numero di politici americani che accusano Netanyahu della crisi israeliana aumenta in quella che appare come un’evidente ricerca di un capro espiatorio, i riflettori posti su Israele nella sua totalità hanno danneggiato in modo forte – e presumibilmente irreparabile – l’entità sionista che con la declassazione V-Dem, il capo di accusa per genocidio, e la più recente udienza sull’apartheid e l’illegalità dell’occupazione israeliana presso la Corte Internazionale si trova alla vigilia di un resoconto dalle ripercussioni esistenziali.