Gli arabi siriani espulsi dal Nord della Siria guardano l’avanzata turca con la speranza di poter tornare a casa, nelle terre da cui sono stati espulsi dalle milizie curde. “Fino al 2015 vivevamo in pace con la minoranza curda”dicono.

Akcakale, confine turco-siriano

Khalil al-Hassan sta in piedi sul tetto della sua casa di mattoni, guardando in lontananza verso l’altro lato del confine.

È fuggito ad Akcakale, una città sul lato turco della frontiera, quattro anni fa, ci dice indicando le nuvole di fumo che si innalzano sopra i “grandi alberi” che circondano il suo villaggio di Abdikoy, a circa 4 km (2,5 miglia) dal territorio siriano vicino alla città di Tal Abyad.

“Se fosse sicuro, vi riporterei la mia famiglia in un attimo”, ha detto il contadino di 65 anni, un siriano etnicamente arabo che è stato costretto a lasciare la sua terra ancestrale nel nord-est della Siria dopo l’arrivo delle forze curde.

“Non c’è niente di più prezioso della nostra terra”.

Per la prima volta in quattro anni, sembra che la speranza sia tornata per al-Hassan e migliaia di siriani etnicamente arabi che credono che un’operazione turca nel nord-est della Siria potrà garantire loro un accesso sicuro al territorio che rivendicano come proprio.

Per quasi una settimana, i combattenti dell’Esercito Libero Siriano hanno appoggiato Ankara nella sua azione volta ad allontanare le forze democratiche siriane a guida curda (SDF) dalla zona di confine.

L’SDF, che è guidato dalle Unità di protezione del popolo curdo (YPG), è stato fondato nel 2015 per aiutare gli Stati Uniti nella loro battaglia contro lo stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL o ISIS) nella regione. Da allora ha notevolmente ampliato il suo controllo nella Siria settentrionale e orientale e ha cercato di creare una federazione autonoma lungo le linee della regione del Rojava.

Ma Ankara la vede come un prolungamento del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) fuorilegge, e ha da tempo chiarito che vuole liberare l’area di confine da “elementi terroristici”. Il PKK ha condotto una campagna armata lunga decenni all’interno della Turchia ed è considerato un “gruppo terroristico” da Ankara e da molte altre capitali occidentali.

Khalil al-Hassan è fuggito da Tal Abyad Quattro anni fa

La tribù Qays, alla quale appartiene Al-Hassan, è una delle tante tribù arabe siriane nella regione di Jazira, che è la più grande delle tre regioni originarie della di fatto amministrazione autonoma curda nella Siria settentrionale e orientale.

La regione comprende tre governatorati principali: Deir Az Zor, Hasakah e Raqqa, nonché Ain al-Arab, un’area che rientra nell’amministrazione del governatorato di Aleppo.

Con circa 4,5 milioni di persone, la regione siriana nord-orientale è prevalentemente abitata da arabi, con i curdi che rappresentano oltre il 10 percento della sua popolazione.

Prima del 2015, al-Hassan afferma di aver felicemente convissuto con i vicini curdi, che erano una minoranza tra le tribù etnicamente arabe della zona.

“Abbiamo vissuto fianco a fianco per anni”, ha detto. “Ma un giorno, si sono rivoltati contro di noi quando l’YPG armato si è sostituita nell’area ai combattenti dell’opposizione.”

La figlia di Khalil al-Hassan’ guarda in direzione di Tal Abyad

Al-Hassan ha dichiarato di essere fuggito dal suo villaggio con otto dei suoi figli “quando l’YPG si è presentato quattro anni fa”.

“Tutto quello che volevo era che fossero al sicuro, soprattutto dopo aver perso mio figlio di 18 anni per le loro fucilate”, ha detto, dopo essere rientrato a casa. Parlando sotto una lampadina fluorescente che illumina il suo piccolo soggiorno, al-Hassan ha ricordato come suo figlio, Nafer, sia morto dopo l’arrivo delle forze curde nel villaggio.

Con in mano un fucile, Nafer si rifiutò di lasciare la casa di famiglia, ai margini di circa 50 dunam (12 acri) di terreno agricolo. Arrivando con mitragliatrici pesanti e fucili d’assalto, i miliziani YPG “spianarono il villaggio”, ha detto al-Hassan.

“Quel giorno ho perso non solo mio figlio, ma anche la mia casa e la mia terra, che con orgoglio è stata la nostra unica fonte di sostentamento”, ha detto al-Hassan con la voce rotta per l’emozione.

“Ho perso il mio mondo”, ha aggiunto, lottando contro le lacrime.

Secondo al-Hassan, gli abitanti del villaggio sono stati accusati di sostenere i combattenti ISIL “terroristi”, che al loro apice nel 2015 controllavano ampie zone di terra in Siria e Iraq.

“Abbiamo provato a spiegare che eravamo solo agricoltori onesti che saremmo morti per la nostra terra”, ha detto, seduto su una pila di cuscini a forma quadrata.

Anche dimostrando, con la documentazione che portava il nome tribale della famiglia, la proprietà della terra, ad al-Hassan fu detto di “stracciare il foglio”.

I nipoti di Al-Hassan fuggirono dalla Syria con Mona, la loro madre nel 2016

Anche se nel marzo 2017 è stato prosciolto dalle Nazioni Unite dall’accusa di commettere violazioni dei diritti contro gruppi etnici, l’YPG è stato poi accusato da gruppi per la difesa dei diritti umani come Human Rights Watch e Amnesty International di vari abusi.

Nell’ottobre 2015, Amnesty ha accusato l’YPG di aver sgomberato con la forza arabi e turkmeni dalle aree di cui avevano preso il controllo dopo aver cacciato l’ISIL. Ha affermato che i casi di sfollamento forzato, demolizione e confisca di proprietà civili costituiscono “crimini di guerra”, accuse poi respinte da SDF.

La figlia di Al-Hassan, Mona, che è fuggita dal centro di Tal Abyad con suo marito e due figli nel 2016, ha dichiarato di essere stata una delle fortunate ad avere ancora una “casa in piedi” dall’altra parte.

“Mio marito ed io abbiamo lavorato duramente per acquistare la terra e costruirci la nostra casa”, ha detto la 35enne ad Al Jazeera. “Ci eravamo trasferiti solo due anni prima”, ha aggiunto.

Non è stata una fuga facile, poiché Mona ha detto che i proiettili YPG hanno preso di mira “anche il camion con cui siamo partiti”.

Sua cognata, che rimane dall’altra parte del confine, le disse che la sua casa fu saccheggiata poco dopo essere partita per la Turchia.

“Ogni volta che vado su per la collina alla fine della strada, posso vedere tutti i villaggi di Tal Abyad”, ha detto, desiderosa di tornare.

“Vedo il grande albero piantato nel mio giardino dalla cima della collina”, ha aggiunto Mona.

“Non c’è niente di più difficile che vedere la tua casa e non riuscire a tornarci.”

Ritorno “presto”

Ankara ha da tempo affermato di voler creare una cosiddetta “zona di sicurezza” nella vicina regione nord-orientale della Siria, dove sarà possibile far rientrare una parte dei 3,6 milioni di rifugiati che attualmente risiedono in Turchia.

In precedenza si pensava che la zona cuscinetto si sarebbe estesa su un territorio largo 120 km (75 miglia) e profondo 30 km (19 miglia) all’interno della Siria, ma il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha detto domenica che l’area potrebbe essere più ampia, un territorio di 440 km (273 miglia) compreso tra le città di Hassakah e Kobane.

L’annuncio, che ha provocato la reazione del governo siriano, è arrivato dopo che le forze sostenute dalla Turchia hanno rivendicato il controllo su parti di Ras al-Ain e Tal Abyad, le due principali città inizialmente prese di mira dall’operazione.

La reazione c’è stata anche dopo che le forze turche e i loro alleati siriani hanno conquistato la città di Suluk domenica, città che si trova a sud-est di Tal Abyad, a circa 10 km (sei miglia) dal confine con la Turchia.

Questa avanzata in particolare è stato accolta con gioia da Ismail al-Habib, un giudice 51enne di Suluk, che dice che l’operazione gli ha restituito uno “scopo”.

Dopo essere fuggito dalle incursioni aeree del governo siriano da Suluk nel 2012, la famiglia di al-Habib, che si era avvicinata al confine con la Turchia, ha impacchettato parte dei suoi averi e ha superato il confine tre anni dopo.

“Ero ricercato dall’ISIL, alla fine, con la mia famiglia siamo fuggiti letteralmente per salvarci la vita”, ha detto.

Nel giugno 2016, le forze YPG sono entrate a Suluk e nei villaggi circostanti, costringendo alla fuga oltre 30.000 persone, metà delle quali fuggite in Turchia, secondo al-Habib.

Il giudice 51enne ha dichiarato di essere finalmente fiducioso di poter tornare nella sua città “presto” e di essere pronto a offrire la sua esperienza per “ripristinare la sicurezza” nella zona.

“Come giudice, sento di avere molto da offrire”, ha detto con entusiasmo. “Le persone che sono fuggite hanno sopportato durissime difficoltà e hanno bisogno di un tipo di governo che lo riconosca, e che possa guidarle e averne cura.”

La famiglia di al-Habib spera di ritornare a Suluk entro sei mesi

Il fratello di Al-Hassan, che risiede nello stesso edificio a due piani con le sue tre mogli e i figli, concorda.

“Speriamo di tornare tra sei mesi”, dice.

Per anni, al-Hassan ha affermato di aver rifiutato le opportunità di emigrare in Europa e, invece, ha scelto di rimanere a pochi chilometri dalla sua città natale con la speranza di tornare un giorno.

Non c’è niente come tornare in un posto dove tutti sanno chi sei, dove puoi contare qualcosa”, ha detto ancora.

“E, soprattutto, dove puoi vivere senza paura.”

 

Articolo di Farah Najjar, la versione originale dell’articolo si trova qui: https://www.aljazeera.com/news/2019/10/turkish-push-displaced-arab-syrians-eye-return-homelands-191014130349072.html

Traduzione a cura di: Carlo Delnevo

 

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