Una valigia di contanti per il FLN: quando l’ENI di Mattei finanziava la lotta di liberazione algerina

Enrico Mattei , fondatore dell’ENI,  fu un protagonista assoluto della politica estera dell’Italia, aveva un’attenzione particolare al Mediterraneo e sostenne la lotta di liberazione dell’Algeria dalla colonizzazione francese, il racconto di una testimonianza diretta.

Si ricorda in questi giorni la figura di Enrico Mattei, ucciso in un attentato nel 1962, un uomo che nell’immediato dopoguerra seppe alzare la testa sopra quelle rovine e guardare lontano.

Non staremo a ricordare la sua attività per la salvezza e la ricostruzione dell’AGIP che un clima di defascistizzaione dello Stato e delle sue istituzione avrebbe dovuto liquidare.

L’ente era stato creato da Mussolini nel 1926 sposando la tesi sostenuta dai suoi stessi oppositori (Giacomo Matteotti e don Luigi Sturzo) e cioè che la costituzione di un soggetto pubblico statale fosse l’unica possibilità per una indipendenza energetica nazionale.

Quello che più c’interessa qui è ricordare la visione strategica mediterranea che costò la vita a Mattei e raccontare un piccola storia.

Il manager era infatti convinto che solo un’azione che potesse coinvolgere solidarmente i Paesi con riserve energetiche che stavano lottando per la decolonizzazione o che si erano appena liberati avrebbe potuto essere la via maestra per sfuggire al monopolio dei grandi gruppi del petrolio conosciuti comunemente come le Sette Sorelle (allocuzione creata da Mattei stesso) che allora si chiamava Consorzio per l’Iran.

Il “Consorzio” era stato costituito appunto per sfruttare le risorse enegetiche di quel Paese dopo la deposizione di Mohammad Mossadeq nel 1953 da un colpo di Stato militare favorito da un’operazione coperta dei servizi segreti americani e britannici, denominata Operazione Ajax.

In questo scenario vogliamo ricordare, anche con una storia che abbiamo appreso da un protagonista diretto, il sostegno che Mattei prestò al movimento insurrezionale che in Algeria lottava negli anni ’50 per l’indipendenza dalla Francia.

E’ certo che ci fosse anche una ragione materiale, un’Algeria indipendente sarebbe stata riconoscente a chi l’aveva aiutata negli anni della lotta ma c’era anche certamente l’impostazione morale e ideologica di Mattei, comandante partigiano di formazione cattolica che ebbe a dichiarare pubblicamente che non avrebbe mai accettato delle concessioni per l’Eni nel Sahara algerino finché il paese non avesse conquistato l’indipendenza.

Egli dette anche alle autorità del GPRA (Governo Provvisorio della Repubblica Algerina) consigli ed informazioni importanti, che ebbero un impatto significativo sullo svolgimento del capitolo energetico dei negoziati di Evian che sancirono il ritiro della Francia da quello che aveva voluto strenuamente considerare Territoir Metropolitain (cioè Francia a tutti gli effetti).

Durante la lotta per l’indipendenza Mattei si adoperò a tutto campo per sostenere quella causa e la sua relazione con i politici italiani fece sì che l’Italia si schierasse a favore della nuova Algeria nei confini stabiliti dalla colonizzazione francese e nella pienezza del controllo delle sue risorse energetiche.

L’appoggio politico e quello tecnico dell’Agip fornì ai negoziatori algerini informazioni e strumenti idonei per resistere e battere le pretese francesi di staccare il Sahara (dove si trovano i giacimenti) dal territorio algerino e mantenere la sovranità su di esso.

Ma oltre al sostegno politico, diplomatico e tecnico, certamente Mattei finanziò anche la lotta di liberazione.

Sul finire degli anni ’60, la guerra d’indipendenza algerina era finita da poco, ascoltai il racconto di un amico che vi aveva in qualche modo partecipato.

Raccontava che attraverso un giro piuttosto complicato, che dalle casse dell’AGIP, passava per il PCI e soggetti economici ad esso legati, ancor oggi presenti nel Paese nordafricano, aveva compiuto almeno una missione che consisteva nel portare materialmente denaro al Front de Libération Nationale – FLN (Jabhat al-Taḥrīr al-Waṭani) l’organismo che gestì in gran parte la lotta di liberazione.

Lui non era un agente segreto e neppure un trafficante, era un uomo di spettacolo, un giovane attore, poco più che ventenne che si doveva recare in Algeria con la compagnia teatrale di cui faceva parte.

Fu avvicinato e convinto a portare una valigetta di denaro che avrebbe dovuto consegnare ad emissari del Front assumendosi tutti i rischi. I servizi segreti militari francesi infatti erano al corrente di queste operazioni e cercavano di fermarle in ogni modo. Per questa ragione c’erano artefici di depistaggio e solo uno dei tre o quattro che partivano aveva con se il denaro in questione.

In quell’avventura solidale entrò in contatto con un gruppo di combattenti urbani e mi raccontò del dramma personale di uno di loro che aveva l’incarico di attaccare silenziosamente le sentinelle, neutralizzarle e permettere agli altri la loro azione di sabotaggio o quant’altro.

Era un berbero, a quel che mi disse, chiaro di pelle che poteva essere scambiato per un francese, un uomo taciturno e quasi isolato nella sua terribile specializzazione.

Orrori delle guerre, quasi mai nessuno di chi le combatte è innocente.

 

Nessun commento

Lascia un commento sull'articolo