Accusati della Strage di Peshawar, assolti i Pakistani di Olbia, le traduzioni tutte sbagliate. Dopo 4 anni di processo e di carcere sono tutti innocenti ma il PM chiedeva l’ergastolo

Non erano terroristi, non avevano niente a che fare con l’orribile strage compiuta nel 2009 al mercato di Peshawar, nella parte Nord del Pakistan al confine con l’Afghanistan, costata la vita a 147 persone (oltre 200 feriti), la Corte d’Assise di Sassari li ha prosciolti dall’accusa dopo oltre quattro anni di detenzione preventiva e condannati comunque ad una pena pesante, 10 anni a a Sultan Wali Khan e Imitias Khan per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Una storia pesante, quella dei due pakistani, una spaventosa imputazione che, come ha dovuto riconoscere la Corte si basava su una presunzione di colpevolezza che non aveva altra prova se non la maldestra, ed evidentemente prevenuta, traduzione di conversazioni telefoniche.

In Sardegna da circa venti anni il pakistano Sultan Wali Khan ha attivato, insieme ad altri connazionali tra i quali il connazionale Imitias Khan, una serie di fiorenti attività commerciali ed anche edili. Aveva pure partecipato come imprenditore e con una sua ditta, ai lavori effettuati alla Maddalena in vista del G8 che vi sarebbe dovuto tenere nel 2009.

E’ conosciutissimo nella sua comunità per le sue capacità pratiche ed intellettive; è musulmano, aiuta i suoi connazionali; apre attività per le quali ha pagato circa un milione di euro di tasse. Ha moglie e figli oltre a diversi fratelli e sorelle tutti in Pakistan, tranne uno in Italia.

Per la sua intelligenza è referente della Digos locale (tra Olbia, Sassari e varie località della Sardegna) e soprattutto ha la fortuna (o la disgrazia) di avere contatti anche con i servizi per alcuni anni. Insomma è stimato o comunque considerato fonte attendibile.

Nel 2015, turbato dalla notizia delle continue stragi di Israele contro la popolazione palestinese organizza una manifestazione alla quale, oltre ad aderire parte della sua comunità, partecipò un nutrito numero di italiani e anche autorità. In Sardegna è presente in quel periodo l’ex Ministro Alfano che, si dice, stesse monitorando operazioni Nato di preparazione dei bombardieri e uomini per “missioni di pace” imminenti verso la Siria e l’Iraq. Nella manifestazione organizzate da Sultan, tuttavia, si protesta soltanto contro quello che avviene in Israele.

Passano pochi giorni e ad aprile si scatena un’operazione di polizia nella quale, di notte e davanti alla sua famiglia (moglie e figli) viene arrestato, con lui saranno fermati una ventina di altri suoi connazionali, alcuni vengono liberati poco dopo e 10 restano accusati con lui: sono accusati aver commesso materialmente e direttamente, sei anni prima la strage del principale mercato del loro paese, a Peshawar, in Pakistan, dove morirono 147 persone, nella stragrande maggioranza donne e bambini.

Inoltre altre contestazioni di reati a contorno: associazione terroristica (270 bis), favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, finanziamento del terrorismo in Pakistan,associazione per delinquere, ecc.

Sultan sarebbe stato il braccio operativo di ogni operazione, anche di altre stragi in Pakistan mentre l’ideologo sarebbe stato un imam, certo Zulkifar che, da lontano e precisamente dalla provincia di Bergamo e dintorni, senza alcun diretto contatto con gli imputati della Sardegna, avrebbe guidato il gruppo che venne definito “cellula in sonno di Al Qaeda.

Quest’ultimo sarebbe così mostruoso da avere fatto catturare e fatto a pezzi, facendone poi sparire le tracce, una coppia di giovani coniugi pakistani perché si erano macchiati del grave delitto di andare al mare e di essersi messi in costume da bagno. L’accusa non era contestata ma costituiva uno degli elementi suggestivi di contorno, come il fatto che lo stesso Sultan avrebbe fatto uccidere la sorella perché voleva sposare un uomo non scelto dalla famiglia.

Emergendo una diversa realtà, la tragica notizia veniva modificata: si disse che la sorella si sarebbe suicidata, su istigazione di Sultan dall’Italia per questo disonore.

Ma a parte il contorno suggestivo di queste affermazioni, quali sarebbero le prove delle accuse formalizzate? Il fatto che tre di loro, gli imputati Sultan, Ridi e Imitias, si erano recati proprio quella settimana al loro paese a trovare i loro genitori (Imitias la moglie) dopo qualche tempo di assenza; il fatto che Imitias aveva un nipote nato qualche mese prima che era stato chiamato Osama e moltissime telefonate intercettate dalle quali pareva di poter desumere che il gruppo nascondesse qualcosa soprattutto per il fatto di non aver mai fatto cenno alla strage che era avvenuta al loro paese.

Alla domanda rivolta agli inquirenti sul perché allora non erano stati arrestati sei anni prima, si rispondeva che fino ad allora non era stato reperito un traduttore esperto che potesse ben tradurre le intercettazioni. Sei anni dopo era stato trovato un soggetto che sosteneva che, alcune frasi, ad orecchio esperto come il suo, potevano benissimo essere intese anche come riferimenti alla strage.

Quasi nessuna delle frasi e delle parole su cui si era basata l’accusa per farli arrestare e processare veniva riscontrata; rimanevano tre o quattro parole in mezzo a lunghissimi discorsi di natura commerciale come “bomba” (che assumeva abbastanza chiaramente significati come “bisogna fare una concorrenza spietata per abbattere i prezzi e la concorrenza… bisogna fare prezzi bomba… bisogna sgominare la concorrenza e cose del genere.

Di fronte all’insistenza accusatoria del consulente della Pubblica Accusa è bene precisare che per il traduttore nominato dalla Corte, le sue ricostruzioni non erano possibili né logicamente né tecnicamente!

Durato 4 anni il processo e con 84 udienze svoltesi nel carcere di Bancali, la Corte d’Assise di Sassari ha assolto tutti gli imputati dal reato di strage, associazione terroristica e finanziamento del terrorismo e ha liberato i detenuti.

Bene ricordare anche che il P.M. fino alla fine chiedeva l’ergastolo nonostante l’evidenza sfacciata dell’innocenza e il ridicolo nel quale culminavano gli inquirenti non rinunciando a ricorsi avverso la scarcerazione reiterati al Tribunale della Libertà e in Cassazione e sempre respinti per inamissibilità.

Rimaneva in qualche modo in piedi un’accusa: il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a scopo di lucro per il quale a Sultan e ad Imitias venivano comminate pene pesanti: 10 anni di carcere al primo e 8 all’altro (di cui quattro già trascorsi per la durata del processo).

Non non c’era alcuna clandestinità – sostiene l’avv. Corbucci del collegio di difesa che daranno battaglia in appello- visto che i due chiedevano, per i pochissimi beneficiari per i quali vi sarebbe prova che ne hanno usufruito, regolari permessi di ingresso per motivi di lavoro

Insomma, in base alla condanna, avrebbero trovato fittizi lavori sui quali imbastire i relativi contratti, per ottenere l’emissione del decreto che consentiva l’ingresso legale.

Il collegio di difesa era costituito dagli avvocati: Carlo Corbucci, Vittorio Plati, Flavio Rossi Albertini, Nicola Santini, Poloni, Anna Barone, Carolina Scarano, Francesco Laganà, Villa, Fulvio Vitali

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