A Roma la chiusura delle moschee “bangla” non è un film ma una vera emergenza

Giovedì 21 novembre la Polizia Municipale ha chiuso un’altra Sala di Preghiera dei bengalesi a Roma, nel Municipio V dove risiede la maggior parte dei musulmani della Capitale, nel quartiere Torpignattara dove la maggior parte dei musulmani è di origine bengalese.

Proprio su questa presenza capitolina ha riscosso un discreto successo il film Bangla, del giovane regista Phaim Bhuiyan, che affronta in maniera molto divertente le incertezze dei giovani di seconda generazione derivanti dal vivere nell’Occidente laicizzato ma in famiglie originarie di paesi con usi e costumi molto tradizionali in cui la religione gioca un ruolo determinante. Quello che non si evince standosene seduti a guardare il film è che i musulmani che vogliono praticare il culto islamico in Italia si trovano in un limbo normativo che li costringe al mimetismo religioso e all’apertura di sale di preghiera informali che possono in ogni momento finire nella morsa delle norme urbanistiche.

E’ una questione a suo modo complessa ed impossibile da affrontare nel clima politico da talk show. E’ un problema che negli anni ha visto diverse proposte normative per giungere ad una soluzione, cioè ad una Legge sulla Libertà di Culto che manca nel nostro ordinamento, anche a seguito di dibattiti accademici, ma è un problema che in Italia sembra non si voglia mai risolvere.

In assenza di una norma la questione viene relegata alla dimensione urbanistica ed in assenza della volontà politica di prevedere (comune per comune) spazi adeguati per il culto islamico nel piano urbanistico, l’unico modo per essere completamente “a norma” sarebbe quello di non riunirsi per pregare. Cioè, un diritto fondamentale costituzionalmente garantito (art. 19), quello di pregare anche in “forma associata” e “in pubblico”, deve sottostare alla decisione degli amministratori di ognuno degli 8mila comuni italiani e questi ovviamente non trovano mai la convenienza politica nel dare cittadinanza urbanistica al culto islamico.

Ma per i credenti pregare è come respirare, non è neanche ipotizzabile rinunciare per decenni alla preghiera congregazionale per un cronico ritardo normativo.

Ci sono di tanto in tanto soluzioni virtuose (benché insufficienti e comunque dopo anni di attesa) come quella del comune di Milano, ma ci sono anche situazioni drammatiche come quella del Comune di Roma, completamente sordo all’esigenza di 120mila musulmani e che negli ultimi anni sta portando avanti un rastrellamento dei Centri Islamici.

Dopo la stagione delle chiusure di 3 anni fa che portò ad una preghiera al Colosseo che fece notizia in tutto il mondo , quest’estate sono ripartite le chiusure e giovedì scorso ce n’è stata un’altra. In questo momento le due sale di preghiera principali della comunità di origine bengalese a Roma sono chiuse: quella di via Serbelloni e quella di via Della Rocca, entrambe a Torpignattara.

Tra qualche settimana ci sarà anche un pronunciamento del Consiglio di Stato sulla più nota moschea di Centocelle, nello stesso municipio delle altre due, che è stata la location di alcune riprese del film Bangla. Potremmo trovarci nel mese di dicembre con migliaia di musulmani a pregare per strada nella Capitale.

Quello che si sta consolidando a Roma poi è anche un paradosso interpretativo. Nell’affrontare la questione come un problema urbanistico, forse procedendo per incomprensibili analogie, la Polizia Municipale ha iniziato a verbalizzare che i locali in questione non dispongono dell’autorizzazione per il pubblico spettacolo.

Quindi la moschea è equiparata ad un teatro, il pulpito (minbar) dove l’imam guida la preghiera è considerato un palco, i fedeli sarebbero degli spettatori, e la preghiera finisce per essere assimilata ad uno spettacolo 2.0 con partecipazione diretta di tutto il pubblico. Allegria!

 

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