In Italia la politica ha preso il posto della commedia e siamo precursori nel mondo

A partire dagli anni ’90 la commedia è andata in crisi, i grandi attori e registi sono invecchiati o morti, ma come per miracolo sono stati sostituti dalle nuove figure emerse nel mondo della politica. Quando tra venti o trent’anni si vorrà capire qualcosa in più dell’Italia di oggi, non sarà necessario scaricare film o leggere libri di sociologi e politologi (che nessuno giustamente legge…), sarà sufficiente rivedere e contemplare le rappresentazioni dei suoi politici.

Da Berlusconi, costruttore d’immaginario a Salvini, assimilatore di marchi.

Quando avanza nel suo cammino è facile che la democrazia da rappresentativa si trasformi in rappresentazione. Se è sempre più difficile che i politici eletti rappresentino i reali bisogni di chi li elegge, è evidente invece come essi diventino la rappresentazione del loro paese. Bisogna riconoscere che è un merito di non poco conto. Sono infatti riusciti a riempire il vuoto lasciato dal declino della grande commedia all’italiana. Se oggi vogliamo farci un’idea dell’Italia tra gli anni ’50 e ’80, basta rivedere alcuni dei film interpretati da attori straordinari come Sordi, Tognazzi, Gassman, Manfredi.

Nelle loro maschere si sono incarnati i vizi, i tic, le grandezze e le debolezze delle generazioni figlie del boom economico e della Democrazia Cristiana. Per quanto riguarda gli ultimi trent’anni invece, quando in futuro si vorrà capire qualcosa in più dell’Italia di oggi, non sarà necessario scaricare film o leggere libri di sociologi e politologi (che nessuno giustamente legge…), sarà sufficiente rivedere e contemplare le rappresentazioni dei suoi politici.

Senza perdersi nell’analisi di tutti i notevoli caratteristi emersi nel corso degli anni, concentriamo l’attenzione su due grandi protagonisti: Berlusconi e Salvini, ovvero l’Italia nel passaggio dalla televisione a Internet. Il costruttore d’immaginario da una parte, l’assimilatore di marchi dall’altra. L’uomo che voleva esser amato e l’altro solo acquistato.

Berlusconi rappresenta alla perfezione la tragicomica parabola della volontà di potenza di un uomo mosso dal semplice desiderio di esser amato, deformato man mano in adulazione e venerazione. Ci ha provato in tutti i modi. Prima e più immediata conversione: il denaro, il successo, il mondo imprenditoriale. Farsi amare dai propri dipendenti, proprio perché dipendono da te. Poi attraverso il più radicato intrattenimento popolare, il calcio, farsi amare dai propri tifosi.

Ottenuto anche questo allora, sempre più si è avvicinato all’essenza del potere, la politica. Farsi amare dai propri cittadini. L’apice, la vetta dell’amore sembrava ormai attinta. Ma come in tutte le parabole proprie dell’amore deformato, la vetta coincide col declino. Scandali, processi, crisi economiche di alcune aziende, l’avvento di Internet, il decadimento fisico. Fino all’epilogo, umano, troppo umano, farsi amare soltanto dai propri cani, in più di piccola taglia, simbolo della grandeur ormai decaduta.

L’intera trama esistenziale retta da due costanti: il rapporto con le donne e la televisione. Nel primo caso ha indossato i panni di seduttore, marito, padre, corruttore, uomo di successo, trasformando man mano il desiderio di esser amato nella capacità di potere e dominio.

Nel caso della televisione è riuscito ad esser allo stesso tempo demiurgo e personaggio. Ha plasmato l’immaginario di due, tre generazioni di italiani, per poi far breccia come personaggio all’interno di quello stesso immaginario costruito. E questa sicuramente resterà la cosa che meglio gli è riuscita. Per quanto recalcitranti, è impossibile per qualunque italiano non identificarsi in parte in una delle molteplici sfumature incarnate dal suo personaggio.

Salvini invece non vuole esser amato, ma solo acquistato, è uno Zelig contemporaneo, figlio dei Big Data, della velocità di connessione e dell’altrettanto veloce disconnessione del pensiero. Non ha interesse a costruire, edificare, ma solo a permanere nell’immagine. Salvini è un marchio. Una sorta di marchio parassita, che tra gli scaffali di un supermercato appare vicino al prodotto del momento, per fruire della scia di quel successo momentaneo, aggiungendo qualche slogan sicuro di sé. Ecco susseguirsi dichiarazioni sulla Nutella, l’epidemia, Checco Zalone, il calcio, una nuova canzone, un omicidio, una legge, un comportamento di un politico.

Qualsiasi argomento in prima pagina, in maniera totalmente indifferenziata. L’importante è rimanere in circolazione, riaccendere il lumino sotto la propria maschera, non appena la luce si sta affievolendo. Se ci fate caso riflette la struttura dei quotidiani digitali, dove ogni tipo di notizia e di linguaggio è mischiato, confuso. Salvini ne è lo specchio, la cui immagine è riuscita perfino a delocalizzare il marchio della Lega, esportandolo fino al sud. E se mettiamo, tra una decina d’anni, l’Italia avesse metà della popolazione musulmana, riporrebbe il rosario e la Croce nel comodino, e tra gli scaffali inserirebbe anche una copia del Corano.

Tra i vari caratteristi si citi di passaggio Renzi, proprio perché figlio dell’immaginario costruito da Berlusconi, nipote del passo della Democrazia Cristiana, timido parente delle nuove tecnologie. Non ha ancora scelto un volto da incarnare e resta in attesa di un vero ruolo da protagonista, dopo un fugace momento di celebrità.

La cosa straordinaria è che l’Italia resta una fertile terra di rappresentazione, prima attraverso l’arte, poi nel cinema, infine nella politica dove è involontariamente un modello precursore di altre ben più avanzate democrazie. Basti pensare a come Trump sia il riflesso di Berlusconi (entrambi in realtà previsti da Orson Welles in Quarto Potere), a come Grillo e i Cinquestelle abbiano anticipato l’ingresso della comicità in politica e la fragile utopia della democrazia diretta, e infine Salvini incarni la politica rivisitata attraverso il linguaggio dei social network.

Nonostante il decadimento culturale, l’Italia e le sue maschere restano lo specchio del proprio tempo.

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