Il Coronavirus e la fragilità del mondo della connessione

Arriva il Coronavirus in Italia e un’influenza, più forte della media, diventa una calamità. In questi giorni stiamo assistendo a scene, tali di una peste ai tempi del digitale. Supermercati presi d’assalto, piazze svuotate, avvenimenti pubblici annullati e per le strade volti con le mascherine, in una sorta di riedizione di un carnevale medievale.

Vale la pena allora non tanto ragionare sulle cause, mediche e comprensibili, quanto sugli effetti sociali, patologici e imprevedibili. Infatti i virus non mettono soltanto in luce le fragilità del sistema immunitario di un organismo, ma evidenziano anche i nervi scoperti del corpo sociale. Abitiamo un tempo in cui le informazioni si propagano più veloci del contagio fisico, alimentando la paura, pronta a trasformarsi in panico. É accaduto con le diverse crisi finanziare, con l’aumento dello spread, con altre varie influenze come quella aviaria, o in seguito agli attentati nei paesi europei.

Tutti eventi trasformati in notizie, scorse di fretta e velocemente interiorizzate, al punto da incidere sui comportamenti reali delle persone, sempre tesi, come ovvio, alla conservazione. Quando un accadimento, a furia di esser ripetuto e propagato dai media, si impone come realtà, ci scopriamo fragili e sempre più incapaci a gestire la paura, che normalmente viene esorcizzata da film, serie televisive o videogiochi, dove è facile vivere per procura la violenza e la morte.

Come si spiegano queste reazioni degne de La peste di Camus, al cospetto di poche vittime? Tutte molto anziane, e per lo più già malate, dall’organismo già naturalmente indebolito. La risposta sta nella nevrotica combinazione tra connessione e conservazione. Il paradosso sottostante è che quanto più si è connessi, più si desidera la conservazione. Il coronavirus ne è un’emblema, così come lo sono le ormai quotidiane allerte meteo, legate al sottostante allarme del riscaldamento quotidiano, o le vacillazioni finanziarie.

Da una parte per mantenere in vita il mondo della connessione, è necessario lo scambio e la crescita continua, aumentando in maniera esponenziale la velocità dei collegamenti. Dal mondo dei trasporti a quello delle informazioni, la velocità di connessione resta l’unico carburante capace di tenere a galla la civiltà globalizzata. Allo stesso tempo, la specie umana resta sempre, inesorabilmente legata al più animale dei suoi istinti, la conservazione. Da qui nasce la schizofrenia contemporanea: si vogliono conservare i privilegi del progresso, ma allo stesso tempo controllare tutte le variabili del cambiamento. É come se fossimo protesi in una costante corsa, ma con l’implicito desiderio di restare fermi nello stesso posto. Insomma la logica di un tapis roulant all’interno di una palestra. Restare in movimento ma sempre con un tetto sopra la testa. Dunque correre, sudare inseguendo il progresso o la salute, ma senza spostarsi.

Come tutte le schizofrenie, ci reggiamo dunque su un equilibrio precario, svelato da un virus, che, per ironia della sorte, tramuta la connessione virtuale in contagio fisico. E la risposta irrazionale ad ogni forma di paura è la chiusura, il rintanarsi nel proprio habitat. Sentimento tra l’altro intercettato oggi da tutte le politiche cosiddette neosovraniste, e fortemente conservatrici, che in buona parte del mondo occidentale, stanno allargando le proprie radici.

Anche perché sfruttano un altro paradosso contemporaneo: la perenne connessione, invece di alimentare, indebolisce un reale spirito collettivo, di comunità. Il filo invisibile della connessione infatti unisce singole solitudini nell’unica forma di aggregato possibile: la massa. Un aggregato capriccioso, infantile e per definizione manipolabile.

Poi tra poche settimane, il virus sarà alle spalle, il dibattito politico tornerà a chinarsi come uno sciacallo su quel che è stato. Si scoprirà che il contagio più grave, sarà stato quello della divina finanza, facendo la conta dei miliardi bruciati, e inseguendo nuove misure economiche.

In attesa di una nuova paura di massa, torneremo al quotidiano dibattito sul P.I.L. che deve avanzare e il riscaldamento globale indietreggiare. E non mi meraviglierei che tra un pò di tempo venisse fuori la notizia di un certo numero di contagiati in paesi europei, che scaltramente hanno segretato la notizia per evitare ripercussioni, al contrario dell’Italia, come al solito impacciata e teatrale.

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