Può l’approccio omeopatico sopravvivere in questo mondo violento?

Può la medicina omeopatica che è un approccio terapeutico dolce sopravvivere e crescere in un mondo violento? Questa è la domanda per nulla banale che si pone George Vithoulkas, uno degli esponenti più in vista nel mondo della medicina omeopatica odierna, in una sua recente lettera pubblicata sulla rivista Homeopathy.

George Vithoulkas

La cosa che stupisce tutti coloro che si avvicinano all’omeopatia è come, nonostante i suoi evidenti risultati, faccia ancora fatica, dopo più di due secoli, a trovare il suo riconoscimento nel mondo accademico e più in generale nella società. I risultati infatti non mancano, la storia dell’omeopatia è ricca di testimonianze come i numerosi riconoscimenti sociali per i servigi prestati nelle più disparate occasioni come malattie epidemiche o nella cura di personaggi illustri.

L’attenzione mediatica verso la medicina ufficiale

Anche la pratica clinica omeopatica di tutti i giorni mostra, a medici e pazienti, come malattie ritenute incurabili trovino la loro soluzione dolce e senza clamori, quando invece al profilarsi di una minima possibilità di scoperta da parte della medicina ufficiale attenzione mediatica e fiumi di risorse vengono indirizzate verso successi che spesso non arrivano mai.

Le varie fondazioni sulla ricerca sul cancro e Telethon ne sono l’esempio più lampante ma, di sicuro a leggere queste righe, senza premunirsi di un minimo di riflessione, i più saranno pronti a stracciarsi le vesti e i capelli e ad indignarsi per aver osato qui mettere in discussione uno dei moderni totem: sarebbe bello rileggere insieme queste righe tra vent’anni.

L’avversione della medicina ufficiale alla medicina omeopatica

Quello che colpisce nella lettera del Nostro è l’aver ceduto ad un certo pessimismo. La medicina omeopatica, fatta eccezione per una parentesi avvenuta negli Stati Uniti D’America a cavallo tra otto e novecento e per realtà ben consolidate come quella esistente nel subcontinente indiano, ha sempre incontrato, sin dai primissimi istanti dalle sua sistematizzazione, l’ostracismo e l’avversione della medicina ufficiale, e più in generale, il biasimo di coloro che non la conoscono.

Un diverso tipo di paziente, un diverso tipo di percorso di guarigione

Non credo che la società odierna sia più violenta di quella dei secoli precedenti e comunque non credo che il non riconoscimento dell’arte omeopatica trovi la sua radice in questo. La medicina omeopatica richiede al paziente di collaborare con se stesso, di non essere soggetto passivo, bensì chiede di intraprendere un percorso per approfondire la conoscenza di se stesso, osservare i propri sintomi non solo fisici, correggere quello che c’è da correggere non solo a livello individuale, ma anche a livello sociale, passando poi per quello che è l’aspetto massimo e imprescindibile sia per il medico che per il paziente che non vogliano solo migliorare ma guarire, cioè ritrovare quel mondo e quell’equilibrio spirituale che tutto sottende e tutto aggiusta.

Una medicina antieconomica

E qui ci ritroviamo con Vithoulkas quando afferma che solo una piccola parte, o comunque una minoranza di persone, sono disposte ad un simile percorso, e qui quindi si chiude il cerchio per la comprensione del perché del mancato riconoscimento della medicina omeopatica, la quale per aggiunta è anche una medicina antieconomica.

Un’idea antieconomica non è considerata una buona idea

Pochi sanno forse, che un tempo il medico omeopatico produceva da sè e forniva al paziente i rimedi al termine della visita, fu il prof. A Negro che intuì la necessità di creare un sistema economico intorno alla produzione dei rimedi omeopatici quale condizione indispensabile per far si che l’omeopatia non svanisse, non avendo quell’interesse economico indispensabile per la sopravvivenza di qualsiasi idea a prescindere di quanto buona sia. Al giorno d’oggi una idea antieconomica non è da considerarsi tra le buone idee!

La lettera conclude come la medicina omeopatica sia poco adatta, a differenza di quella cosi detta convenzionale, alla nostra società. Certo, questo è evidente, però ciò conferma quanto essa sia sempre più necessaria anzi vitale per una società che non voglia ritrovarsi nel vicolo cieco della monocoltura.

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