L’Italia che piace è una metafora d’integrazione


Ma quanto è bella questa nazionale italiana! Sarà un po’ di rincoglionimento pandemico o il riscatto dalla vergogna del mancato mondiale ma per una volta piace proprio a tutti: agli juventini come ai napoletani, alle donne, agli esteti e a chi ama solo vincere. Non c’è dubbio: l’Italia gioca davvero bene ma un tale miracolo di simpatia va oltre la qualità del gioco o la quantità di vittorie. 

Dopo la Spagna diventata vincente alla fine di lunghi decenni di derelitta bellezza, la Germania divenuta avanguardia di un calcio veloce e all’attacco, un ultimo assurdo proviene dai campi di calcio: l’Italia spettacolare! Nessun resto di catenaccio, il nostro connaturato costume calcistico. Nemmeno Sacchi c’era riuscito, l’ideologo del pressing e dell’aggressione o Lippi il vincente con la miglior difesa della storia nazionale.

Qui prende vita il primo grande merito di Mancini, il suo superbo e altero allenatore riuscito nell’impresa di affrancare lo spirito italico dai miasmi dell’accoppiata catenaccio-contropiede, che proprio ora si gode una rinnovata gioventù con Conte. E non solo, l’allenatore ha un altro merito perché non si è nemmeno lasciato sedurre dalla moda del tiki-taka che, oltre a non appartenerci culturalmente, è ormai diventato più soporifero del catenaccio stesso. In questo vorticoso gioco fatta di velocità, coralità, tecnica e verticalità tutt’al più è possibile rintracciare una reminiscenza sarriana, priva però del suo noioso eccesso orizzontale. 

La cosa bella è che gli azzurri rispetto ai tedeschi non si avvalgono neanche del tanto decantato melting pot figlio dell’integrazione etnica. Non ci sono turchi o africani di seconda e terza generazione che si fanno disciplinare da fieri rappresentanti della razza ariana. E non è nemmeno la Francia che si gode la tecnica e la forza del suo passato colonizzatore, mettendo in vetrina i figli di un’Algeria e di un Africa così maltrattate.

Eppure l’Italia ce l’ha avuta la sua possibilità con Balotelli, in potenza l’unico centravanti decente degli ultimi vent’anni, imploso man mano però nel suo folle narcisismo. Al massimo c’è stato qualche scippo identitario nei confronti del Brasile, pratica che in fondo è vecchia quanto il calcio e tra gli altri ha portato in dono Jorginho, al momento l’unico vero fuoriclasse della squadra. Lui è l’invisibile metronomo, batte il tempo per novanta minuti e tutto quello che accade in campo è deciso dal suo passo semplice, leggero e danzante.

Se si volge con attenzione lo sguardo ai suoi compagni di reparto allora un’evidenza si impone e la svista si ricompone: ebbene sì, anche la nazionale italiana è metafora di integrazione!  Di un’integrazione tutta nostra, etnica e ancor più atavica che nulla ha a che vedere con le altre nazioni. Ai lati del metronomo ci sono infatti un sardo e un abruzzese, due terre da sempre ai margini del paese che portano vigore, tecnica e spirito battagliero. L’attacco e l’estrema difesa sono affidate al sud sconfitto, alla provincia partenopea da sempre perdente sia nello spirito privato dei club sia nell’immaginario produttivo e sociale del paese.

Intorno altre anomalie, come un toscano caciarone, inelegante e perfino simpatico e altri calciatori provenienti dalla provincia più estrema del mondo calcistico, come Sassuolo e Bergamo. In direzione ostinatamente contraria rispetto ad un asse nazionale, da sempre strutturato intorno alla rosa di una o due squadre del nord. Il nord da dove ora provengono diversi ragazzi disciplinati e silenziosi, controbilanciati da rappresentanti di terre arse e marginali come la Calabria e la Puglia fino ad arrivare al migliore tra loro, la sorpresa di un terzino altrimenti umbratile che vede sfumare la sua carriera in un infortunio proprio al culmine della sua potenza. 

Un vero miracolo di integrazione culturale. Alzi la mano chi abbia mai percepito nel nostro paese una tale sintonia di spiriti così lontani tra loro lungo l’asse degli Appennini e le sponde del Mediterraneo! La terra dei campanili e delle fazioni, di un’unità creata a tavolino e mai assimilata fin in fondo, calcisticamente tradotta in un patriottismo forzato.

Tutto nasce da un’illogica simmetria: un uomo tra i più antipatici capace di creare un insieme simpatico, un superbo che rende umili calciatori viziati, un calciatore che fu forte ma lento che crea una squadra velocissima.

Mancini è un’anima snob ed arrogante, che finge umiltà mentre si specchia narcisisticamente nel ciuffo del suo profilo. Il classico allenatore che quando ce l’hai contro lo odi e quando è dalla tua parte lo tolleri solo se ti fa vincere. Un’immagine che inoltre da quasi un mese si infiltra tra gli inni nazionali e il fischio iniziale di ogni partita, come un’apparizione onirica circondata da macchie costanti di giallo per celebrare le Poste italiane.

Un sorrisino e una camminata superba che verrebbe voglia di prenderlo a schiaffi e liberamente odiarlo; invece bisogna riconoscergli che, al di là dell’esito finale, è stato l’artefice di in un piccolo grande miracolo.