Dall’esotismo al protagonismo: urge una politica comunitaria per l’educazione islamica in italiano 


Abbiamo deciso di dedicare il numero di novembre del nostro mensile La Luce30 alla questione dell’educazione islamica perché riteniamo rappresenti al contempo un passaggio cruciale nello sviluppo della nostra comunità, perché riteniamo la formazione delle anime e della personalità dei giovani un dovere fondamentale e perché percepiamo oggi questo aspetto come un’enorme lacuna.

Nel grande sforzo comunitario prima sono venute le moschee e poi, molto dopo, le scuole. Pregare è un un bisogno ed un dovere essenziale per ogni credente, ma quest’ordine cronologico se ci pensiamo ha senso solo in una determinata situazione sociale, che è stata appunto la nostra di comunità originate dall’immigrazione in paesi tradizionalmente non musulmani. 

Senza apprendere prima l’Islam però non si prega, e per questo che in un certo senso la scuola verrebbe ancor prima della moschea. La peculiarità del nostro caso ha fatto sì che siano giunti prima individui adulti già musulmani e poi dopo alcuni decenni ci si sia accorti che i figli avevano bisogno di un’educazione islamica e ci si è diretti affannosamente verso la scuola. 

Decido di parlare di formazione concentrandomi su quella dei bambini, perchè mi sembra il primo passo da compiere in un ordine di priorità e di gradualità. 

Lo sviluppo della comunità tutto rivolto verso moschee 

Lo sviluppo della comunità islamica italiana ha proceduto seguendo alcune le tappe, che possono essere messe in parallelo a quelle di una persona che proveniva da un contesto di immigrazione e che nel suo stabilirsi ha dovuto fare i conti con un percorso ad ostacoli. In seconda istanza a differenza di ciò che è avvenuto in altri paesi, come possono essere gli USA e UK con ampia tradizione o di immigrazione o di colonie, l’Italia è un paese omogeneo dal punto di vista religioso e l’Europa continentale non ha una cultura della coesistenza religiosa come invece tradizionalmente ha avuto il mondo islamico.

La nostra comunità è quindi cresciuta in modo esponenziale in un lasso di tempo brevissimo e nello sforzo di soddisfare le esigenze di base, che possono essere paragonate a quelle di un uomo che vuole sopravvivere. Pensiamo a quella di edificare la propria casa e in questo caso bisogna considerare che l’esigenza del culto per il musulmano come primaria. Questo corpo sociale è cresciuto a dismisura e così rapidamente che non è riuscito a svilupparsi in tutte le sue facoltà e per quanto abbia dato vita a nuove generazioni è come se fosse ancora giovanissimo conservando intatte molte delle esigenze di quando è nato.

Se a ciò aggiungiamo il fatto che la comunità non è stabile: a fronte di una quota che si è radicata c’è una quota importante di persone che continuano ad arrivare, persone che si convertono, migliaia di nuclei familiari che negli ultimi anni sono migrati verso altri paesi d’Europa alla ricerca di migliori condizioni economiche il quadro è quasi completo. 

Bisogna ancora aggiungere  il fatto che la realizzazione di luoghi di culto con tutte le difficoltà che comporta ha assorbito e assorbe buona parte delle energie comunitarie.

Così la moschea, per ragioni organizzative che sono state pesantemente influenzate dall’impossibilità di realizzare il luogo di culto, ha inglobato tutte le funzioni necessarie alla vita di un comunità che in un paese non a maggioranza musulmana sono invece garantite da altre istituzioni. Nei paesi musulmani infatti esiste una specializzazione delle funzioni mentre qui ci si stiamo avviando lentamente solo ora verso lo sviluppo di progetti specifici.

Questo ha portato a far pesare sulle già spesso inefficienti strutture organizzative delle moschee il peso della formazione islamica con i risultati che spesso conosciamo. 

Negli anni l’esigenza dei genitori di fornire un’educazione islamica ai propri figli è passata attraverso diverse forme dalle prime scuole consolari, alle scuole domenicali delle moschee. 

Non di rado i genitori, soprattutto quelli egiziani, hanno optato per inviare i figli al paese d’origine con l’idea di farli crescere in un ambiente islamico per poi farli tornare in Italia alla fine delle superiori, con risultati in molti casi disastrosi. 

Trasmettere la propria cultura o la fede? 

Uno dei problemi principali che ha caratterizzato l’implementazione di sistemi di trasmissione della conoscenza islamica è stata la sovrapposizione e la conseguente confusione tra necessità culturali e quelle spirituali. 

I membri delle comunità immigrate hanno l’esigenza di trasmettere ai figli la propria lingua e cultura di origine e questo fa sì che si crei facilmente un’incomprensione su quale sia l’obiettivo finale dell’educazione impartita in moschea. In effetti è frequente che i corsi del fine settimana dedicati ai bambini musulmani vengano impartiti da quella che nelle moschee viene chiamata scuola d’arabo.  

Ciò che avviene è che questo desiderio ha all’atto prtatico la meglio sulla volontà di insegnare l’Islam, le tare culturali quindi si fanno pesantemente sentire sul risultato finale del processo di educazione islamica. Dobbiamo sempre considerare la presenza di numerosi ostacoli di carattere ambientale e la carenza cronica di risorse umane e finanziarie in cui ci si trova ad operare. 

I problemi quindi che emergono sono la troppa enfasi sulla lingua araba, che per quanto sia necessaria alla memorizzazione e recitazione del Corano non può realisticamente essere una priorità in un contesto non arabofono in cui si fa fatica anche a trasmettere le nozioni più essenziali. Inoltre l’arabo non può divenire un ostacolo per l’educazione dei bambini non arabofoni che spesso vengono di fatto esclusi dalle scuole di moschea ma può rappresentare un ostacolo anche per i figli di genitori arabi che comunque spesso non arrivano a padroneggiare la lingua in modo tale da recepire adeguatamente certi concetti complessi. Bisogna poi pensare allo sviluppo di una cultura islamica italiana, facendo in modo che i giovani musulmani non percepiscano una linea di demarcazione tra la loro identità culturale e quella religiosa. 

Parliamo quindi di un’educazione che non tiene abbastanza conto del contesto socio-culturale in cui si realizza e dimentica che la conoscenza ha per forza di cose un aspetto relazionale, ovvero di relazione proprio con l’ambiente circostante, e in quell’ambito andrà poi sviluppata e testata. Per questo è vitale dare vita ad un percorso di educazione islamica italiana in lingua italiana. 

Anche l’aspetto della memorizzazione del Corano deve trovare il giusto peso all’interno di un programma di formazione islamica, per quanto sia al contempo un obiettivo ed un mezzo prioritario della formazione di ogni musulmano, va valutato ancora una volta con molta attenzione il contesto affinchè si eviti che alla memorizzazione venga sacrificato tutto il resto, ovvero l’apprendimento dei fondamenti dell’Islam, dei significati più essenziali, dei principi e dei valori, della storia e degli esempi profetici, ma soprattutto come sintesi di tutto ciò degli stessi significati del Corano. 

L’approccio in uso nei paesi a maggioranza musulmana che privilegia la memorizzazione nei primi anni per concentrarsi poi sulla comprensione può non avere senso in una situazione nella quale invece spesso il percorso si interrompe dopo il ciclo dell’educazione primaria. 

Visione e strategia nazionale

Tutte queste questioni non si risolvono con la stipula di un’intesa con lo Stato italiano, sono esigenze a cui dobbiamo far fronte in autonomia e sono aggravate dalla mancanza di un’elaborazione teorica, di una regia e di una pianificazione a livello nazionale che manca completamente. 

La frammentazione e la mancanza di comunicazione regnano sovrane nel panorama delle iniziative locali di educazione islamica, d’altronde come ognuno dal basso si è fatto la piccola moschea per la comunità di riferimento la questione educativa procede di pari passi, ma oggi non siamo più negli anni 90 e dovremmo anche poter far tesoro dell’esperienza acquisita e di alcune reti che si a fatica si sono costituite. 

Negli ultimi anni infatti è avvenuto un salto di qualità in seno alla comunità e sono nate diverse iniziative importanti come L’Associazione per il Nobile Corano, l’Istituto Averroè e recentissimamente l’Istituto Bayan, ognuna di questi mirevoli progetti però affronta un segmento delle necessità comunitarie in ambito educativo e non è messo in rete. 

Oggi mancano ancora riferimenti teorici adattati al contesto nazionale, una gamma adeguata di testi didattici in italiano, un centro di formazione per gli insegnanti, una capacità amministrativa da poter condividere ma soprattutto manca una politica in merito all’istruzione islamica in italiano. Quindi occorre in primis riconoscere l’importanza di un passaggio di testimone culturale che ci traghetti da comunità ospite a comunità di cittadini e di conseguenza dall’esotismo al protagonismo.

Per averla servirebbe appunto un’assunzione di coscienza e responsabilità da parte delle organizzazioni nazionali che dovrebbero avere la visione d’insieme necessaria per proporre una strategia per l’educazione islamica in Italia che comprenda la l’elaborazione di standard e modalità di verifica e certificazione di programmi e formatori. 

Ogni minuto perso al riguardo comporta un danno irreparabile nei confronti dei nostri bambini e ragazzi, della nostra comunità ed in ultima istanza del nostro paese. 

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di novembre del mensile La Luce30