Alla scoperta dell’Islam messicano: intervista all’emiro della Moschea San Cristobal


In Chiapas, Stato meridionale appartenente alla Repubblica del Messico, nell’incantevole località turistica di San Cristobal de las Casas, una delle prime città fondate dai conquistatori spagnoli ai tempi crudeli ed eroici di Cortés e di Montezuma, si è sorprendentemente sviluppata, principalmente fra gli indios di stirpe tzotzil – discendenti diretti dei maya – una nutrita e vitale comunità musulmana che ha saputo costruire una moschea che per armonia, bellezza e dimensioni, non sfigurerebbe in un qualsiasi paese con storia e tradizioni musulmane.

Io ho avuto il privilegio di esserne ospite. Questa che segue è l’intervista che ci ha molto gentilmente concesso il capo della comunità, l’emiro AbderRahman, uno spagnolo convertito all’Islam che ha scelto di vivere in questa città e fra questa gente, che qui risiede da ormai molti anni, e che qui ha trovato una nuova patria spirituale.

Come e quando è nata la comunità musulmana in Chiapas?

Nel 1995, la comunità ha preso avvio con l’arrivo dello Sheik Nafia dalla Spagna che si stabilì in città di San Cristobal con la sola intenzione di invitare la gente all’Islam. L’impressione iniziale fu molto favorevole e poco tempo dopo arrivò, sempre dalla Spagna, Hajj Idris e in seguito altri fratelli spagnoli venuti qui con lo scopo preciso di fare dawa (invitare le genti all’Islam). Tutto questo generò una vera e propria esplosione di gente indigena che abbracciava l’Islam, ma non mancarono anche messicani provenienti da altre regioni del Messico. Questo è stato l’inizio, poi l’Islam ha qui continuato la sua diffusione. L’attività che abbiamo intrapreso, soprattutto la nostra attività di dawa, ha sempre visto la nostra vita basata sul Din (la religione), e questo è quello che ci ha caratterizzato nel rapporto con le persone che vivevano intorno a noi. Un modo, il nostro, organico di chiamare la gente all’Islam, ed un modo non basato su fattori teorici o intellettuali, ma sulla relazione fra persone, in modo che la gente quando ti conosce, vuole saperne più di te. Questa è stata ed è la nostra maniera di far dawa.

Come ha potuto svilupparsi la vostra comunità in un contesto, almeno in apparenza, tanto lontano per storia, cultura e abitudini, dall’Islam?

Quando parliamo del Din dell’Islam a volte lo associamo a una cultura, L’Islam però non è una cultura, appartiene di fatto a tutte le culture del mondo ed il Profeta Muhammad, proprio perché è l’ultimo dei profeti e dopo di lui non ci saranno altri profeti, non si rivolge ad un popolo in particolare, si rivolge a tutti i popoli e a tutte le culture del mondo. Così oggi ci sono musulmani in tutte le culture e alcune di esse – nella misura in cui si avvicinano alla fitra (disposizione naturale a riconoscere il Divino) – sono più vicine all’Islam di quanto sembri, mentre altre culture, come quelle occidentali, sono più lontane dall’Islam nonostante siano più vicine geograficamente ai luoghi dove l’Islam è nato.

Come siete stati accolti in una regione, il Chiapas, che stava vivendo il fenomeno zapatista?

Si è molto parlato di questa questione e dell’arrivo qui dello Sheik Nafia come se fosse stato influenzato e attratto qui dalla fama di quanto stava succedendo in Chiapas con il movimento zapatista, e si è parlato molto di ciò come se ci fosse una qualche connessione. In realtà lo zapatismo è una corrente che esisteva qui prima che diventasse nota come la ribellione zapatista. Sta di fatto che lo zapatismo come movimento non ha avuto molta continuità. Quello che lo Sheik Nafia trovò nel movimento zapatista, nella gente che vi aveva aderito, era qualcosa che andava oltre la semplice ricerca di un miglioramento materiale della vita; si accorse molto semplicemente che la gente indigena aveva un cuore molto puro, perché come si è detto nella domanda precedente, gli indios hanno fitra, hanno quella disposizione d’animo naturale che li avvicina al messaggio universale, che è quello dell’Islam, al din, al din della fitra.

Quali sono le prospettive di espansione e di radicamento dell’Islam in Messico?

L’Islam qui ha iniziato un percorso che dura da quasi trent’anni; dall’arrivo di Nafia fino ad adesso. Quando è arrivato lo Sheik non c’era in Messico un solo musulmano, possiamo dire che l’Islam era qualcosa di estraneo al mondo messicano. Vi erano all’epoca degli stranieri di origine araba che appartenevano principalmente al mondo delle ambasciate, ed è straordinario che da quel momento, dall’arrivo dello Sheik, l’Islam in Messico sia ora piuttosto conosciuto. La comunità di San Cristobal è la comunità più grande in questo paese, ma ci sono corrispondenze in ogni parte del Messico, e prendendo avvio dai semi che in questa terra sono stati piantati e che hanno dato i frutti, l’Islam è oggi piuttosto conosciuto e la comunità di San Cristobal è la comunità più grande con corrispondenze in ogni parte del Messico. Questo vuol dire che c’è un’espansione naturale e la questione del suo radicamento è risolta dal fatto che la gente che si è fatta musulmana è gente autoctona, è gente di qui, non sono migranti che arrivano oggi e che magari domani ripartono, quindi l’Islam ha dato i suoi frutti e in futuro, Allah ne sa di più, ci sarà un’espansione.

Avete costruito qui a San Cristobal un bellissima moschea, come è stata possibile quest’opera? Avete ricevuto aiuti da altri paesi e da altre comunità musulmane?

Sono ormai passati più di dieci anni da quando abbiamo incominciato a costruirla; abbiamo ricevuto donazioni da privati e dal mondo musulmano e altri che sono stati molto felici di contribuire così alla costruzione di una moschea, un’azione che porta in sé molte barakat (benedizioni), ma a livello statale non abbiamo ricevuto nessun aiuto finanziario; dal Marocco però abbiamo avuto i tappeti e il grande lampadario, a parte ciò, nient’altro.

Quanti sono i musulmani in Chiapas e quali rapporti avete con le autorità locali?

E’ molto difficile dare un numero preciso relativamente ai musulmani nel Chiapas, ma sicuramente possiamo dire che si tratta di almeno un migliaio di persone, forse di più, e il rapporto con le autorità è stato sempre piuttosto buono, anche perché non ci limitiamo solamente alla chiamata all’Islam, ma la nostra è anche un’opera sociale che è stata riconosciuta dalle autorità. La gente indigena non ha molte risorse e noi siamo sempre stati pronti ad aiutare e ad andare loro incontro. Per esempio, quando ci sono state delle inondazioni abbiamo collaborato con le autorità. La nostra relazione con le autorità è dunque molto buona.

Pensate che negli indigeni del Chiapas ci siano elementi caratteriali tali da favorire l’opera di Dawa?

Non è facile capirlo perché, come abbiamo detto nella prima domanda, quando ti avvicini ad un indio, apparentemente sembra molto estraneo al mondo islamico. Questo è quello che può sembrare in superficie, ma al contempo ciò e la prova che la maggior parte di persone che si è fatta musulmana in questa terra sono indigene. Allah ne sa di più, ma su questo non c’è dubbio, ci si accorge presto che questa gente ha un sentimento che Allah ha disposto e che fa sì che si sentano attratti dall’Islam. Ho l’impressione, anche se non posso assicurarlo perché si tratta di una sensazione personale, che questa gente abbia qualcosa di particolare che la rende aperta all’Islam. Gli indigeni (Tzotzil, ndr) hanno un cuore molto puro, hanno la fitra, hanno quello che l’uomo moderno in generale ha perso: hanno un cuore libero e puro che li mette al riparo da ogni distorsione tanto tipica del mondo moderno, soprattutto la disconnessione con la creazione. La gente della fitra è connessa con la creazione, e la connessione con la creazione è una connessione con il Creatore, e l’uomo che ha fitra, in questo suo legame con la creazione, in questo suo modo naturale di vivere, è profondamente credente. L’uomo di fitra è un uomo che si volge sempre verso il Creatore, anche se lo chiami con nomi diversi, è un uomo che possiede ciò che nell’Islam chiamiamo iman (la fede veritiera).

 

Che rapporti avete con la chiesa cattolica e con le altre religioni presenti sul territorio?

Le relazioni a dire il vero sono sempre state cordiali. Ci siamo sempre comportati come musulmani, ci siamo sempre comportati con correttezza, e questo è riconosciuto dalle altre confessioni religiose. La chiesa cattolica con il suo vescovo nella diocesi di San Cristobal ci ha riconosciuto e a volte si è perfino espressa a nostro favore perché sa che siamo gente di bene che non ha niente a che fare con fenomeni negativi e violenti e per questo non ci siamo mai sentiti attaccati dalla chiesa. Per quanto riguarda gli evangelici e le altre chiese, queste sono tanto numerose quanto sono i pastori e ogni pastore ha un suo modo proprio di rapportarsi e lì c’è un po’ di tutto, però in generale, la verità è che non abbiamo mai sentito alcun tipo di ostilità. Bisogna considerare che San Cristobal ha in sé un elemento cosmopolita perché è una località molto turistica, ed è qui presente anche un cosmopolitismo religioso: ci sono qui oltre ai cattolici e ai protestanti, anche gli Hare krishna, una società giudaica, gruppi gnostici. San Cristobal è un luogo cosmopolita anche in senso religioso, e alla gente non è parso strano che ci fosse un’altra religione, perché è abbastanza naturale qui, però indubbiamente noi rappresentiamo qualcosa di diverso da quello che la gente normalmente vede, ed è in questo senso – che a me pare positivo – che a volte siamo notati e, se vogliamo, anche questo è da considerarsi un modo indiretto di fare Dawa, perché la gente si avvicina a noi per curiosità, e pensa ”cosa fanno qui questi signori?”. La curiosità verso di noi ha attratto molte persone, però sempre in senso positivo.