Contro di me vendetta di funzionari dei servizi svizzeri, l’imam di Lugano accusa: cittadinanza negata perché ho rifiutato di diventare un informatore

Io vado fino fondo in sh’Allah – shaikh. Samir Jelassi, l’imam della moschea della Lega dei Musulmani in Ticino è tranquillo e fiducioso nella tempesta mediatica scatenata dalle sue dichiarazioni dopo la denuncia che ha sporto verso alcuni funzionari della SEM, il Servizio di Stato della Migrazione elvetico e del SIC (Servizio delle attività informative della Confederazione).

Si tratta di una sporca faccenda, una discriminazione islamofobica contro la mia persona, un atto di intimidazione e una vendetta per aver respinto le loro pressioni finalizzate a farmi diventare un loro informatore in merito a questioni che non avevano in realtà fondamento alcuno.

La vicenda di Samir Jelassi prende avvio dal rifiuto opposto alla sua richiesta di naturalizzazioneper ragioni di sicurezza dello Stato” in quanto ha scritto il SEM ( i servizi non possono certamente apparire ma sono dietro il tutto) il sig, Jelassi sarebbe coinvolto in attività di terrorismo.

E’ una sporca faccenda- dice l’imam – una vendetta da parte di funzionari della pubblica amministrazioni contro i quali ho presentato diverse denunce che però finora non hanno avuto seguito, ma non mi arrendo.

Non è una questione personale, io sono cittadino europeo (l’imam ha la cittadinanza francese ndr), e sono qui in Svizzera da quasi 18 anni. La mia vita l’ho dedicata alla mia comunità e al Paese in cui vivo e svolgo la mia funzione religiosa e culturale adoperandomi per la piena inserzione dei musulmani d’origine straniera nella Confederazione e lottando strenuamente contro ogni forma di radicalismo ed estremismo.

Sono il fondatore del Forum svizzero per il dialogo interreligioso e interculturale, da cui mi sono dimesso recentemente perché la mia vicenda non danneggiasse le attività del Forum e ciononostante con una dichiarazione pubblica mi hanno testimoniato pubblicamente piena solidarietà e il riconoscimento del mio lavoro in questi anni ”.

Se vogliamo entrare nel merito delle accuse che mi vengono rivolte, non ho nessun problema a farlo- continua Jelassi– Ci sono stati due casi di giovanotti che facevano trasparire tendenze cosiddette jihadiste, un ragazzo marocchino espulso dall’Italia che aveva comunque un permesso di soggiorno regolare nella Confederazione e un giovane di cittadinanza elvetica.

Il primo acclarò il suo modo di pensare e l’ho diffidato da avere comportamenti e azioni che potessero danneggiare la comunità, il secondo invece frequentava la moschea e non aveva mai destato sospetti finchè un giorno il padre disperato venne alla moschea preoccupatissimo perché temeva che il figlio volesse partire per il Medio Oriente per combattere. C’erano elementi di reale preoccupazione e dopo un periodo di sei mesi in cui cercai di dissauderlo in ogni modo lo segnalammo alle autorità. Purtroppo entrambi misero in atto i loro propositi e sono morti in quella guerra infame”.

Il dispiacere di Jelassi è palpabile ma continua senza esitare il racconto.

C’è stato anche un ragazzo turco-svizzero che lavorava per un’agenzia di sicurezza che frequentava la moschea e veniva a pregare con la divisa del suo lavoro. Non aveva mai dato segni di radicalizzazione e non destava nessuna preoccupazione. Lo accusarono di essere un reclutatore di ISIS, fu processato, e condannato a tre anni. Scontò due anni e mezzo e poi fu liberato per buona condotta, gli fu revocata la cittadinanza svizzera e dopo poco tempo lasciò la Confederazione. Una storia poco chiara, lui affernava che frequentava certi ambienti per fare azione di deradicalizzazione ma non fu creduto e comunque come ho già detto nessuna attività sospetta o discorsi sui conflitti in corso incitando alla violenza, almeno in pubblico, alla mia presenza”.

A fronte di questi fatti l’imam ci tiene a ricordare le sue attività tese al dialogo, alla reciproca conoscenza all’interno del Forum di cui sopra e in generale alla prevenzione di qualsiasi tendenza meno che lecita e aggressiva nei confronti dell’insieme della società svizzera, dei valori della pace e del rispetto reciproco come testimonia un ricco curriculum di attività che gli sono risconosciute da tutti quelli che, a Lugano in particolare e nell’insieme della Confederazione, sono impegnati in queste meritorie azioni.

“Sono sempre stato una figura di riferimento, chiamata spesso a risolvere i problemi d’integrazione, ho offerto aiuto a livello cantonale e federale e neppure il SEM lo può negare.”

Jelassi si rabbuia quando gli chiediamo da dove arriva allora questa ostilità istituzionale ma tira il fiato e racconta senza paura. D’altronde le cose che ci dice sono nero su bianco nella denuncia che ha presentato presso la Procura generale della Confederazione a Berna: calunnia e abuso di potere.

Io non ho denunciato le istituzioni ma alcune persone che agivano in loro conto e che si sono comportate in modo sleale nei confronti del diritto svizzero prima che nei miei. E’ normale che i Servizi di sicurezza abbiano rapporti con la nostra comunità e in questa delicata fase innescata dagli accadimenti in Siria e in Medio Oriente, è anche normale che svolgano un’attività di indagine volta a prevenire fenomeni di radicalizzazione al suo interno. Io non ho mai rifiutato il dialogo con loro e nella denuncia che ho presentato faccio nomi e cognomi dei funzionari di pubblica sicurezza con cui ho avuto a che fare.

Quello che non ho accettato e mai lo farò è la volontà di trasformare questo rapporto in modo malsano, costringendomi a fare e dire cose per me inaccettabili. Suffragare sospetti cervellotici che non si basavano su nessuna evidenza”.

E’ una piccola moschea quella di Viganello (un sobborgo di Lugano) forse neppure 100 metri quadrati, al piano terra di un condominio, alla preghiera del venerdì è strapiena ma non saranno più di cento le persone che si stipano per ascoltare il sermone dell’imam.

Mi hanno letto una lista di nomi e fatto pressioni perché confermassi essere quelli gli estremisti. Come ho detto prima oltre a quei casi che ho citato nessuna di quelle persone aveva mai dato segno di radicalizzazione oppure di essere tendenti alla violenza. Questo triste e pericoloso fenomeno, ormai è ben noto a tutti non avviene affatto nei luoghi di culto, sia per l’azione di contrasto di persone come me ,sia perché questi luoghi sono particolarmente controllati dai servizi di sicurezza e quindi ai radicalizzandi si dice di starne alla larga.

Come avrei potuto accusare senza nessuna prova né giustificato sospetto persone innocenti o che comunque non avevano mai acclarato tendenze estremiste.

La moschea è un luogo pubblico, gli imam e i dirigenti delle associazioni sono responsabili dei comportamenti che in essa si esprimono. Quello che la gente fa nella loro vita al di fuori della frequentazione è compentenza degli organi di polizia, e di nessun altro e non abbiamo neppure poteri telepatici per leggere nella mente delle persone”.

Altro punto di frizione tra l’imam e gli uomini del SIC la questione dei finanziamenti. Una vera paranoia da parte loro e non da oggi. Sembra che ci possa essere un fantasmagorico giro di denaro e che questo denaro possa alimentare azioni clamorose. Invero niente di più falso. La stragrande maggioranza dei luoghi di culto in Svizzera come in Europa in generale sopravvive con fatica con le piccole offerte dei credenti che le frequentano.

Mi hanno chiesto di fornire loro l’elenco dei credenti che con il loro obolo più o meno regolare sostenevano le spese della nostra moschea. Si è parlato anche da noi di molti soldi che sarebbero dovuti arrivare dal Qatar ma invero non abbiamo mai visto un franco.

La richiesta dei nomi di quelli che versavano, più o meno regolarmente le loro quote, era del tutto irricevibile e posta anche in modo arrogante, con un tono di minaccia neppure molto velato. Se si fosse trattato di un ordine dell’autorità giudiziaria non avrei potuto far altro che acconsentire ma in quei termini, l’ho già detto, era irricevibile. Io inoltre non sono il responsabile della contabilità della moschea, non conosco tutti e comunque e una pratica illegale in quanto avrebbe violato il diritto alla privacy delle persone, avrei potuto incorrere in problemi legali. 

Ciononostante mi sono detto disponibile a fornire ad un organismo di auditing indipendente, tutta la nostra contabilità. Un soggetto di quelli che controllano i bilanci delle grandi aziende, che ci metterebbe meno di una giornata a verificarla e dimostrarne la correttezza e la trasparenza, ma quei signori hanno rifiutato la mia proposta”

La denuncia di sh. Samir Jelassi è stata archiviata, all’amministrazione della giustizia federale non fa piacere un procedimento pubblico in cui il comportamento di coloro che si muovono nella zona grigia tutelati dal segreto di Stato possa emergere alla luce del sole.

Ma Jelassi l’ha detto subito e lo ripete: “Io voglio andare in fondo per denunciare un metodo scorretto, che non fa onore allo Stato svizzero e rischia persino di distrarre importanti risorse inseguendo fantasmi e ottenere risultati solo mediatici e non contrastare davvero le minacce alla sicurezza pubblica.

Io ho denunciato i funzionari, (la denuncia che La Luce ha potuto leggere è infatti contro persone ignote, è notorio infatti che gli agenti dei Servizi non si presentano mai con nome e cognome) e non l’istituzione di aver violato il diritto svizzero, se ci sono accuse probanti voglio averne conoscenza, sono un membro della commissione federale per l’immigrazione, sono un personaggio pubblico e stimato e la Svizzera è uno Stato di diritto orgogliosa delle sue tradizioni di legalità. Ho investito la Commissione Parlamentare Federale, chiedo che si apra un’inchiesta ufficiale

L’imam ci fa capire di non poter dire tutto in questa fase ma di aver altre frecce al suo arco e conclude:

Intanto si sta formando un comitato di sostegno cui faranno parte anche associazioni che tutelano i diritti umani nel Paese la dichiarazione sopraccitata del Forum svizzero per il dialogo interreligioso non è che il primo passo”.

Nota:

Vigilanza politica sui Servizi d’informazione (SIC) in Svizzera

Una supervisione sulle attività del SIC è esercitata dal Consiglio federale dal quale proviene l’eventuale approvazione a collaborare con i Servizi dei Paesi stranieri. Il principale organo di controllo sui Servizio delle attività informative è però il Parlamento svizzero, in particolare attraverso la Delegazione delle Commissioni della Gestione (DCG).[85]

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