Cosa è stato e cosa ci ha lasciato il Festival di Woodstock

Il 15-16-17 agosto del 1969 si tenne il più importante raduno rock della storia. Un concentrato di musica, ideali, utopie ma anche di tante suggestioni mendaci. Ma cosa è stato e cosa ci ha lasciato il Festival di Woodstock?  

Ogni anno con l’avvicinarsi di Ferragosto fantastico di essere nato nel 1950, di aver avuto 17 anni nella Summer of Love, di essere andato al Festival di Woodstock a 19 anni, e poi all’ultimo Festival sull’Isola di Wight l’anno seguente. Forse perché ricordo un’energia dentro di me tra i 17 ed i 20 anni che non possiedo più ma che mi torna in mente quando ascolto quella musica. Così, anche se ho un giudizio molto critico su quello che la Woodstock Generation ci ha lasciato, mi sarebbe tanto piaciuto essere un hippie.  

1967: la Summer of Love e il Monterey Pop Festival 

Nel 1966 spopolò California Dreamin’ dei The Mamas and the Papas che originariamente era stata incisa dal cantante pop-gospel Berry McGuire con la stessa base sulla quale i Mamas&Papas sostituirono l’assolo di armonica con il flauto contralto suonato da Bud Shank. Insieme alle loro voci, già presenti nei cori della base, la scelta conferì all’incisione quel sound che ne ha fatto un brano epocale. La canzone fu scritta nel freddo inverno newyorkese del 1963 sognando ad occhi aperti il sole della California. Quel calore atteso si sarebbe manifestato nell’estate dell’anno seguente, la Summer of Love, ed in California ci fu il primo vero e proprio raduno rock, il Monterey Pop Festival (16-18 Giugno 1967). Ci si arrivò che i Beatles avevano appena pubblicato l’album Sgt. Pepper’s col quale allargarono il solco già tracciato dal singolo Strawberry Field Forever. Non fu più possibile tornare indietro, la psichedelia si era diffusa a macchia d’olio e San Francisco era diventata “la mecca” del Movimento Hippie.

Monterey è stato un po’ il fratello maggiore di Woodstock ed alcuni artisti suonarono in tutti e due i raduni. John Philips dei Mamas&Papas co-organizzò il Festival di Monterey in sole 7 settimane per catturare l’urgenza che si avvertiva nell’aria. Per promuoverlo scrisse il brano San Francisco e lo affidò alla voce di Scott McKenzie. Con un’atmosfera rarefatta a cui contribuì il suono del sitar, la canzone fissava il dress code del movimento: “Se stai andando a San Francisco assicurati di avere qualche fiore tra i capelli”.

Il racconto fedele e sognante

Per farsi un’idea del Festival di Woodstock si può guardare il film-documentario Woodstock (1970) che contiene una buona sintesi delle storiche esibizioni. Oppure si può ascoltare il brano Woodstock di Joni Mitchell: “Quando arrivammo a Woodstock eravamo una forza di mezzo milione di persone, tutto era una canzone e una celebrazione”. Joni Mitchell non era stata al festival ma rimase folgorata dal resoconto che glie ne fece Graham Nash, uno dei protagonisti di Woodstock col super gruppo Crosby, Still, Nash & Young. Nel ritornello la canzone dice “siamo polvere di stelle… siamo fatti d’oro… e dobbiamo fare ritorno al giardino”, ma nel finale questi tre versi sono intervallati da due sussurri corali che ne costituiscono la controparte materiale: “siamo fossili di miliardi di anni… imprigionati dal patto col demonio”. Nella più famosa versione di Crosby, Still, Nash e Young, usata anche come sigla di chiusura del film, la disposizione di questi 3+2 versi cambia per esigenze metriche, ma il senso originale è quello di un botta e risposta tra cielo e terra, tra spirito e materia. Il senso di marcia indicato è ovviamente quello ascendente ma col senno di poi possiamo dire che la terra ha finito per inghiottire quasi tutto. 

Tematiche

La prima traccia musicale del film sul festival è Long Time Gone di Crosby, Still and Nash scritta in risposta all’assassinio di Kennedy e che fa da sottofondo alle immagini della preparazione logistica dell’evento. Come documentato, stavano preparando l’evento musicale più importante di sempre ma sembravano spicciare le faccende quotidiane di una fattoria a conduzione familiare. Forse uno degli ingredienti che hanno reso unica quell’esperienza è proprio la dimensione non (troppo) business della cosa.

Going up the country dei Canned Heat è da molti considerato l’inno non ufficiale di Woodstock. Musicalmente riprende un brano del 1928 di Henry Thomas un musicista girovago afro-americano che suonava il quills, una sorta di flauto di pan che i Canned Heat sostituirono con il flauto traverso. Il testo della canzone invece è completamente originale ed è un vero e proprio inno alla vita rurale in alternativa all’alienazione della vita in città. Nel film il brano è stato montato con le immagini dell’arrivo dei 5oomila spettatori. 

La Guerra in Vietnam era ovviamente il tema dei temi per un movimento che era anche pacifista ed è per questo che I Feel Like I’m Fixing to Die Rag di Country Joe McDonald la cantarono proprio tutti. Altro tema onnipresente era quello relativo alla droga. Possiamo dire che l’unica cosa realmente sopravvissuta a Woodstock è la capacità delle droghe di fare proseliti. Oggi se ne parla forse meno ma se ne assume probabilmente molta di più, in svariati contesti sociali, e fin dalla tenera età. Singolare l’annuncio dato dal palco del Festival in cui si avvertiva che “l’acido bruno che sta circolando qui non è molto buono, si suggerisce di starne alla larga”

L’afflato spirituale e il miraggio dell’India

La ricerca di una spiritualità al di fuori sia del cristianesimo che di ogni religione “organizzata” era un’altra caratteristica della Woodstock Generation. Si materializzò così una nuova domanda a cui andò incontro l’offerta di guru che spesso proponevano (come tutt’ora accade) una decontestualizzazione di quella che in India è invece una religione a tutti gli effetti. A Woodstock ci fu così anche un discorso del guru Sri Swami Satchidananda. Originario dell’India del sud, Satchidananda predicò negli Stati Uniti a partire dal 1966. Divenne cittadino americano e negli States fondò l’Istituto di Yoga Integrale. Morì in India nel 2012 subito dopo una sua conferenza ma il suo funerale fu celebrato in America, e fu sepolto a Buckingham, Virginia.

La fascinazione per l’India ebbe dei riflessi anche nella musica ma di contaminazione vera e propria non si può certo parlare. Ci si limitò all’introduzione del sitar oppure a suonare la chitarra elettrica in modo da emulare questo strumento. Un’altra conseguenza di questo interesse verso l’oriente fu la popolarità in occidente di musicisti indiani come Ravi Shankar, che suonò sia a Monterey che a Woodstock ma che prese poi in parte anche le distanze da un pubblico che senza droghe non riusciva a mettersi in ascolto. 

Jimi Hendrix

E’ impossibile nello spazio di un articolo dire qualcosa su ognuna delle esibizione del Festival ma se un solo artista dovesse essere citato questo non potrebbe che essere Jimi Hendrix. Tra i pochissimi ad aver suonato a Monterey, a Woodstock e ad uno dei Festival che si tennero sull’Isola di Wight tra il ’68 ed il ’70, Hendrix è sempre stato la vetta più alta di questo tipo di eventi. Al Monterey Pop si presentò che era quasi sconosciuto in USA perché emigrato in UK alla ricerca di uno spazio nel rock che in America sembrava precluso ai musicisti di colore. Era in scaletta come terzultimo artista, seguito da Scott McKenzie e dai Mamas&Papas, cioè i padroni di casa del Festival. Dopo la sua folgorante esibizione però, alla fine della quale diede fuoco alla chitarra e poi la distrusse, la percezione del pubblico fu che la serata si era in qualche modo conclusa. A Woodstock invece salì sul palco per ultimo, alle 9 del mattino del 18 agosto con un pubblico più che dimezzato per il rientro alla vita ordinaria del lunedì mattina di chi era hippie solo nel week-end. Suonò per oltre due ore con una insolita formazione di sei elementi e fu l’unica volta in cui aveva un altro chitarrista al seguito. La sua esibizione a Woodstock è ricordata anche per l’esecuzione dell’Inno Nazionale Americano. L’anno seguente sull’Isola di Wight rockeggiò God save the Queen.  

Altamont ed il giro di boa della Woodstock Generation 

L’estate del 1970 ci fu la terza ed ultima edizione del Festival dell’Isola di Wight che vide anche la partecipazione di Miles Davis il quale, dall’olimpo del jazz, aveva da tempo deciso che rock e jazz necessitavano di una fusion e così suonò davanti a 700 mila persone. La qualità del terzo Festival di Wight fu altissima ma rispetto a Woodstock c’erano anche elementi che ne fecero in qualche modo il reality show più partecipato della storia. Fu dal principio organizzato per farne il film Message to Love, che però vide la luce solo nel 1997, e questo era noto a tutti gli artisti che vi suonarono. A Woodstock invece non pochi musicisti erano contrari alle riprese, che a loro dire inficiavano la genuinità delle esibizioni, e per questo non finirono nel documentario. Tra loro Neil Young che per non comparire nel film saltò quasi tutto il concerto che avrebbe dovuto suonare con Crosby, Stills e Nash. Ma non furono le telecamere a segnare la svolta principale.

Pochi mesi dopo Woodstock, il 6 dicembre, ad Altamont ci fu il tentativo di replicarne il successo organizzando un raduno di un solo giorno chiuso dal concerto conclusivo del tour americano dei Rolling Stones. Grandi assenti a Woodstock gli Stones furono protagonisti del funesto epilogo di Altamont. Durante la loro esibizione ci fu la tristemente famosa uccisione di  Meredith Hunter e sempre quella sera ci furono altri tre decessi, due per incidente d’auto ed uno per overdose di LSD. Un disastro! Ci si chiede ancora oggi come mai a Woodstock non era successo nulla di spiacevole, con 500 mila persone ammassate per tre giorni, tra pioggia ed afa estiva, e con tutta la droga che circolava. Sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa in ogni momento invece successe tutto 4 mesi dopo ad Altamont, e fine dei giochi! Da allora l’immagine pacifica della Woodstock Generation fu sempre accompagnata dallo spettro della sua dark side.