I 100 anni del rinascimento nero di Harlem

Fino al 28 giugno al Metropolitan Museum of Art di New York è possibile visitare la mostra The Harlem Renaissance and Transatlantic Modernim. Circa 160 opere per ricordare il primo movimento artistico e culturale nero-americano di rilievo internazionale.

Cento anni fa il Big Bang della Rinascita Nera 

Il 21 marzo del 1924, nel Civic Club di New York City, un evento diede il via al movimento afroamericano che va sotto il nome Harlem Renaissance. La serata fu organizzata da Charles S. Johnson, editore del magazine Opportunity che al tempo si occupava di promuovere giovani scrittori di colore, e quella sera doveva essere presentato il libro There Is Confusion dell’autrice Jessie Redmon Fauset. Cerimoniere fu Alain Locke, scrittore e docente plurilaureato ad Harvard, che trasformò l’evento in una chiamata alle armi dove fu lanciata l’idea di quello che egli chiamava the New Negro

A marzo dell’anno seguente (1925) il magazine Survey Graphic pubblicò un numero-manifesto del movimento dal titolo Harlem: Mecca of the New Negro e Locke espanse il concetto nel libro The New Negro. Entrambe le pubblicazioni sono esposte in edizione originale alla mostra e sono disponibili in ristampa nell’apposito book shop, insieme al catalogo della mostra ed altre interessanti pubblicazioni inerenti. 

Il contesto storico 

Più fattori concorsero all’esplosione della Harlem Renaissance ed uno fra questi fu la great migration, un fenomeno migratorio che tra il 1915 e il 1970 fece registrare uno spostamento di sei milioni di afroamericani dagli stati del sud verso i centri urbani del nord. Inizialmente questa migrazione si riversava sul versante orientale e nella parte centrale del nord degli States poi in un secondo momento, dopo il 1940, anche il versante occidentale venne raggiunto. La schiavitù era stata abolita nel 1865 ma negli stati del sud vigeva un sistema normativo razzista, noto come Jim Crow laws, che spingeva le persone di colore ad andarsene. Tra le destinazioni principali vi furono città industriali come Chicago e Detroit ma un’altra meta ambita fu appunto New York dove, nel quartiere Harlem di Manhattan, si formò anche il movimento culturale e artistico d’avanguardia di cui stiamo parlando. Un primo evento spartiacque ci fu nel 1918 quando il 18 febbraio il New York Times titolò: Fifth Av. Cheers Negro Veterans. A sfilare per la Quinta strada di New York erano stati i veterani neri del 369° regimento soprannominato Harlem Hellfighters (combattenti infernali di Harlem) dagli stessi tedeschi contro cui avevano impavidamente combattuto durante la Prima Guerra Mondiale. Gli Hellfighters furono “assegnati” all’esercito francese per tenerli “separati” dai soldati (americani) bianchi ma si contraddistinsero così tanto per il loro valore che furono decorati sia in Francia che in patria, dove però il razzismo persisteva. Già nell’estate del 1919, nota come la Red Summer, violenti episodi di linciaggio si registrarono in tutto il paese, nord compreso. Il contesto ispirò la famosa poesia di Cloude McKay’s, di origini jamaicane, dal titolo If we must die, usata nei decenni seguenti da tutti i gruppi oppressi, il cui testo invitava a reagire con onore perché le vittime non morissero invano. Era ormai giunto il momento di superare questo stato di cose!!!

All that Jazz

Tra i contributi artistici più rilevanti e più noti del nero americano c’è senza ombra di dubbio il jazz, una delle più grandi rivoluzioni nella musica del ‘900. Un po’ tutta la black music americana del secolo scorso ha influenzato i musicisti di tutto il mondo ma il jazz è riuscito ad imporsi fino ad essere presto considerato musica colta a tutti gli effetti. Negli anni del proibizionismo (1919-1933) questo genere fu anche la colonna sonora dei locali dove si serviva alcool illegalmente. La musica e la musicalità furono protagoniste nella poesia della Harlem Renaissance e lo scrittore Longston Hughes, tra gli esponenti principali di questo Rinascimento, fu uno dei massimi rappresentanti del cosiddetto jazz poetry, una forma di scrittura arrivata ai poeti della Beat Generation degli anni ’50 e che riecheggia anche nella musica hip-hop. Tra i capolavori di questo genere c’è la poesia The Weary Blues di Longston (1925). 

Da contraltare ai temi profani del blues nella black music c’è sempre stato il filone sacro degli spirituals e del gospel. Al Metropolitan è esposta anche la raccolta God’s Trombones: Seven Negro Sermons in Verse (1927) di James Weldon Johnson. 

God’s Trombones di James Weldon Johnson – Copertina di Aaron Douglas

Non solo musicisti e scrittori

La mostra al Metropolitan da largo spazio a pittori e scultori della Harlem Renaissance. Tra i primi spicca senz’altro Aaron Douglas famoso per i suoi quattro murales Aspects of Negro Life. Douglas aveva studiato anche col disegnatore tedesco Fritz Winold Reiss, autore delle illustrazioni per il suddetto numero Harlem: Mecca of the New Negro della rivista Survey Graphic. A sua volta Douglas si occupò delle illustrazioni per il libro The New Negro. Fu proprio Reiss a suggerire Aaron Douglas come artista di colore necessario al salto di “indipendenza” che il movimento black stava facendo (essendo Reiss bianco).

Aspects of Negro Life: The Negro in an African Setting di Aaron Douglas

Per quanto riguarda gli scultori in mostra si segnalano due donne: Augusta Savage e Meta Vaux Warrick Fuller. Savage iniziò ad esprimersi realizzando busti di famosi attivisti di colore, tra cui W.E.B. Du Bois e Marcus Garvey. Poi viaggiò e studiò in Europa e al suo rientro fondò una scuola di arte ad Harlem. Anche la Fuller studiò in Europa, col famoso scultore francese Auguste Rodin, e la sua opera più importate è Ethiopia (di cui al Meropolitan è esposto un modello) da alcuni considerata come rappresentativa di tutta la Harlem Renaissance.

Ethiopia di Meta Vaux Warrick Fuller

L’eredità 

All’inizio del secolo scorso Harlem non era un quartiere nero quale è ancora oggi, anche perché prima della grande migrazione solo l’8% degli afroamericani viveva negli stati del nord. A fine ‘800 una numerosa comunità ebraica, che ora invece risiede a Brooklyn, si era insediata in quello che era a tutti gli effetti un quartiere per soli bianchi e dove nel 1904 andò ad abitare anche il famoso mago Houdini. Ma già nel 1930 si conta che tra la 114th street e la 155th (le street sono le strade “orizzontale” di New York) 165mila persone di colore abitavano ad Harlem. Oggi Harlem è un pittoresco quartiere dal cuore esclusivamente nero ma lo era già all’epoca del Movimento per i Diritti Civili degli Afroamericani (1954-1968), quando protagonisti erano Martin Luther King e di Malcom X e la star musicale era James Brown. La differenza è che oggi i suoi abitanti non sembrano particolarmente in procinto di lanciare una nuova ondata che lasci il segno nella storia del paese ma questa è la realtà di tutte le comunità di colore in USA, anche dopo il doppio mandato alla Casa Bianca di Barak Obama. Una riflessione su questa condizione contemporanea è stata proposta dalla divertente serie tv Black-ish (2014-2022), che proprio nell’ultima puntata della prima stagione parla della Harlem Renaissance. Visitando New York in occasione della mostra che ha per tema questo Rinascimento ci si può facilmente rendere conto che il quartiere Harlem non ne sembra a conoscenza, della mostra come del movimento di un secolo fa.