Un anno fa la strage anti-islamica di Christchurch

E’ passato un anno da quel tragico 15 marzo 2019, quella mattina infausta potremmo dire, una mattina che sarà difficile dimenticare e che passerà alla storia: il più grande attentato contro i musulmani nel mondo Occidentale.

Ricordo ancora quella mattina come fosse ieri, dopo essermi svegliato per pregare all’alba, erano circa le 5.30, stranamente prendo in mano il telefono, apro instagram e trovo una quantità di video di gente che piange, Yasua Evans, Yasir Qadhi, Sonny Bill William, tutti che parlano di morti.
Cerco di trovare altre informazioni, ma rimando a più tardi.

Un terrorista è entrato in moschea e ha sparato all’impazzata

Mentre faccio colazione inizio a capire che è successo l’impensabile: un terrorista è entrato in moschea il venerdì e ha sparato all’impazzata. Arrivano sempre più informazioni e si capisce che la situazione è molto grave, molto più di quanto si potesse immaginare.

I primi bollettini sono drammatici, morti e feriti, la Nuova Zelanda è in preda al panico, mai e poi mai si poteva pensare che quella nazione sarebbe stata teatro di evento tanto tragico.

Il popolo di Christchurch si raccoglie attorno alla moschea

Inizia a chiarirsi meglio la situazione: i morti sono circa cinquanta, i feriti non si contano ancora ma i numeri continuano a crescere e inizio a sentirmi con altri fratelli e sorelle per capire le reazioni.

Arrivano i primi live mentre là è notte, narrazioni di chi ha vissuto i fatti in prima persona o di chi passa dalle parti di Masjid Noor e così il popolo di Christchurch si raccoglie attorno alla moschea, chi viene a depositare fiori, chi accorre a portare un messaggio, chi si ferma a piangere.
Quel che mi colpisce è il via vai di maori che si fermano all’ingresso della moschea e danzano l’haka funebre.

Il “nemico” di sempre diventa vittima

Il mondo che ha sempre dipinto i musulmani come il nemico da cui proteggersi deve fare i conti con un altro nemico: il risultato del tanto odio prodotto. Il “nemico” di sempre diventa vittima e quello che stava nascosto diventa quello reale.

Il popolo neozelandese ci ha insegnato che siamo tutti  abitanti della stessa casa

Questo evento ci ha impartito una grande lezione: il popolo neozelandese ci ha mostrato come il mondo non si divida per etnia, cultura, lingua o religione, siamo tutti abitanti della stessa casa. Le lunghe file alla moschea di gente che piangeva, che depositava fiori, che saluta i familiari dei morti e feriti hanno dimostrato questa coabitazione.

Jacinda Arden, la premier neozelandese, ci ha mostrato cosa dovrebbe essere un leader: una donna che ha sofferto come tutto il suo popolo, è andata dai musulmani ad abbracciare uno ad uno i parenti delle vittime e dei feriti come li conoscesse da una vita.
Il suo volto aveva la tristezza di chi ha fatto sua quella sofferenza, le sue parole sempre forti, empatiche e chiare.

Indimenticabile la testimonianza di Sonny Bill Williams, all’epoca uno degli All Black, la nazionale neozelandese di Rugby, uno dei rugbisti più famosi al mondo,  che da musulmano è stato in prima linea fin dall’inizio (un video mostra le sue lacrime appena si era saputo dell’attentato). La sua presenza alla preghiera funebre, le interviste, la sua figura ha dato sicurezza ad una comunità islamica che si è sentita ancora più neozelandese di quello che forse avrebbe mai immaginato.

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