Macron fallisce nell’arruolare l’Europa contro l’Islam, Italia e Germania rispondono picche


Martedi Emmanuel Macron e il cancelliere austriaco Sebastian Kurz si sono dati appuntamento a Parigi per concordare i passi successivi dell’offensiva congiunta contro le rispettive comunità islamiche con l’ambizione di espandere le loro politiche persecutorie a tutto il continente. Ma il tentativo di Macron sembra procedere verso il fallimento, l’Italia non lo segue e la risposta della Merkel è stata uno schiaffo alle ambizioni del presidente francese.

Macron, da quando si è insediato il suo nuovo primo ministro Castex, ha ingaggiato una battaglia contro quello che ha definito il separatismo islamico. La definizione, che rimanda ad una presunta volontà dei musulmani di vivere in una società parallela, non ha in realtà nessun fondamento scientifico degno di questo nome.

Chi conosce la storia francese sa che la contraddizione tra la politica, quella si segregazionista, delle banlieu e la volontà assimilazionista di Parigi costituisce una miscela esplosiva. Se ci aggiungiamo l’eredità del colonialismo con le conseguenti ferite che si porta dietro, capiamo bene che la crisi in Francia non può che aggravarsi senza un’inversione di rotta.

Inversione di rotta che a quanto sembra Macron non intende attuare, anzi, il presidente francese dopo aver difeso a spada tratta il diritto alla blasfemia come valore fondante della repubblica, ha avviato una campagna repressiva contro tutto ciò che è organizzazione sociale, politica e umanitaria dei musulmani di Francia.

Il cappello è fornito dal “separatismo islamico” concetto di nuovo conio che altro in realtà non è che un’accozzaglia di luoghi comuni tratti da un’aneddotica per nulla rappresentativa dei musulmani francesi, citiamo a titolo d’esempio la signora velata che in ospedale non vuole il medico uomo.

Ormai però anche cose di cui nessuno si sognerebbe di giudicare la legittimità, come la libera e legittima scelta di mangiare solo cibo halal o il fatto di ritenersi offesi dalla blasfemia vengono considerati segni di radicalizzazione e separatismo, tanto che il ministero dell’interno francese ha recentemente istitutito un numero verde per segnalare il vicino che presenta segni di radicalizzazione. Ricordiamo che lo stesso Macron in un’occasione aveva detto che anche pregare cinque volte al giorno è un segno di radicalizzazione.

La libertà d’espressione, così sacralizzata, diviene però il problema quando esercitata nei limiti della legge dai musulmani; è il caso di Idriss Sihamedi, presidente della ONG Baraka City arrestato per aver criticato sui social Macron e alcuni islamofobi.

Le organizzazioni comunitarie sono bersaglio di operazioni di polizia e così è finito nel mirino del ministero dell’Interno anche il CCIF, il Collettivo Islamico contro l’Islamofobia, da sempre in prima linea contro le discriminazioni religiose e organizzatore della più grande manifestazione contro l’islamofobia mai vista in Francia.

L’Austria invece è il paese europeo che vanta il più antico riconoscimento istutuzionale dell’Islam come religione nazionale fin dal lontano 1912 quando l’Impero Austrungarico promulgò una legge per riconoscere i diritti alla sua comunità che allora comprendeva anche i cittadini della Bosnia, ma con l’avvento del governo Kurz ha compiuto una virata in senso anti-islamico.

Il giovane cancelliere di destra infatti è stato più preciso di Macron e ha individuato come obiettivo tutto ciò che in un modo o nell’altro ritiene faccia parte della galassia dei fratelli musulmani. Ha quindi intrapreso azioni contro scuole e moschee della comunità turca, in seguito ha bandito il simbolo della fratellanza e pochi giorni fa la polizia ha compiuto un’ampia operazione contro persone e associazioni accusate di estremismo islamico. In questo caso, la base concettuale ha a che fare con l’espressione “Islam politico” concetto che il cancelliere austriaco si è proposto ieri di rendere presto reato.

Con l’istituzione di questo nuovo reato si chiuderebbe il cerchio, si è partiti da una teorizzazione molto insidiosa che definisce l’ “Islam politico” o l’ “Islamismo” come la manifestazione intellettuale o organizzata di un’implicazione socio-politica della fede.

In sostanza ci vuole molto poco per essere etichettato come portatore sano di islamismo e di conseguenza criminalizzato, basta fare politica, informazione o lavoro umanitario in nome dei principi e dei valori islamici, cosa che ai cristiani o agli ebrei è consentito ovviamente. Preoccupa ancor di più che il concetto sia volutamente vago e ampio, tanto da permettere di tracciare una linea di continuità tra chi gestisce un’organizzazione umanitaria e un assassino dell’Isis.

Benchè la procura austriaca si sia affrettata a dichiarare che non c’è nessuna relazione tra le persone colpite dall’operazione e l’attentato di Vienna, la tempistica della cosa sembra pensata per suggerire altro.

Mentre sull’attentato a Vienna si sa che l’attentatore aveva provato in precendenza ad arruolarsi nell’Isis, i tre fatti di sangue francesi non hanno una matrice riconducibile al terrorismo, due fatti sono stati chiariti e il terzo sembra avviarsi verso la stessa conclusione.

Tornando al summit di Parigi tra Macron e Kurz, il presidente francese dev’essere abbastanza disperato se, nella sua offensiva anti-islamica in cui cerca spasmodicamente di creare un fronte europeo, non è riuscito a coinvolgere nessuno, se non un governo di destra di un paese che, con tutto il rispetto, non è proprio un peso massimo europeo.

L’opposizione in Italia punta il dito contro Conte per non esser stato invitato dai francesi, ma in realtà si tratta di un’ottima notizia, riflesso di una profonda differenza di approccio tra i due paesi rispetto all’Islam e di una distanza crescente sui dossier internazionali.

Nel rapporto del nostro paese con i musulmani italiani non pesa il passato coloniale, il nostro è modello di integrazione flessibile che non ha visto il proliferare delle banlieu e non sconta i problemi dovuti all’impostazione laicista dello Stato che hanno in Francia. Inoltre, i nostri servizi sembrano essere più accorti di quelli d’oltralpe nel contrasto alle reti terroristiche, i francesi non solo hanno dimostrato lacune gravissime ma in alcuni casi sono stati direttamente implicati negli attentati.

Oltre a ciò anche per quanto riguarda la politica internazionale, dopo la caduta di Gheddafi ad opera di Sarkozy, la distanza tra Italia e Francia si è accresciuta fino a determinare il posizionarsi su due fronti diversi in tutta la partita del Mediterraneo orientale. Quindi in primis sulla questione libica e di conseguenza sul rapporto con Erdogan, grande avversario di Macron; Parigi e Roma sono su due sponde opposte.

Tutto ciò rappresenta un vantaggio per l’Italia sia sul fronte interno, in quanto gli permette di continuare un’integrazione tutto sommato armonica della comunità islamica, sia di ricercare un ruolo di partner privilegiato nei confronti dei paesi musulmani di cui è dirimpettaia. Insomma dovremmo recuperare la politica che fu di Enrico Mattei, i sospetti della cui morte, non a caso, ricadono sui francesi.

Macron ha portato la Francia su un binario morto, le imprese nazionali hanno chiesto di rimediare per metter fine al boicottaggio dei loro prodotti e, a parte Kurz, anche a livello europeo il tentativo di arruolare gli altri paesi si è rivelato un fallimento.

Emblematica in tal senso è stata la risposta di Angela Merkel che a proposito di soluzioni europee contro l’estremismo ha proposto come modello la Conferenza Islamica Tedesca. In questo organismo, istituito dal governo, sono rappresentate le principali organizzazioni islamiche tedesche e vi fanno la parte del leone DITB, L’Unione turco-islamica per gli affari religiosi ed espressione governativa di Ankara e il Consiglio Centrale dei Musulmani di Germania, realtà di riferimento dei musulmani di origine araba e ideologicamente vicina alla Fratellanza Musulmana. Anche Milli Gorus, altra organizzazione dei musulmani di origine turca è ampiamente rappresentata attraverso il Consiglio Islamico della Repubblica Federale.

Insomma la risposta della Cancelliera ha tutto il sapore di uno schiaffo alle ambizioni anti-islamiche e neocoloniali di Macron.